di Luigi Cecchini

Venerdì 15 Marzo 2013 16:55

II mantenimento del focus sul hic et nunc , quindi, e la consapevolezza delle reazioni controtransferali dell’analista in formazione rispetto ai portati del paziente avrebbero potuto portare ad una riduzione della durata di una analisi e dunque del suo costo e ne avrebbero favorito, per questo, la diffusione3.

Nasce l’esigenza di creare un sistema di formazione che tenga conto di queste nuove esigenze. E’ il 1936 quando su “The International Journal of Psycho-analysis4 compare uno scritto di Vilma Kovacs dal titolo “Analisi didattica e analisi di controllo”. In questo scritto la Kovacs rilevava come:

La psicoanalisi non ha ancora trovato spazio fra i programmi di una facoltà e ciò non solo perché essa incontra una certa resistenza fra la comunità scientifica accreditata. La formazione analitica presenta alcune difficoltà che rendono impossibile la sua inclusione fra i programmi ordinari di un insegnamento scientifico così come esso è attualmente concepito. Non diversamente da altri metodi terapeutici la psicoanalisi non può essere appresa solamente dai libri o dalla partecipazione a seminari o conferenze. Una difficoltà particolare va identificata nell’impossibilità di utilizzare i pazienti per la dimostrazione del metodo psicoanalitico: e per questo che l’analisi esige dai suoi studenti dei sacrifici particolari. Gli studenti di medicina non sono affatto obbligati a sperimentare su se stessi i meccanismi delle malattie: essi studiano l’anatomia esaminando il corpo dei loro pazienti. E’ pertanto solo attraverso la sua personale analisi che l’analista può scoprire le leggi generali che governano la psiche e i fattori specifici che influenzano la sua evoluzione verso la sanità o la patologia. E’ unicamente attraverso l’esplorazione della propria persona che può convincersi che esiste un inconscio che influenza la condotta di tutti gli esseri umani sani o malati che siano5.

E’ persino banale aggiungere come la parte più importante della formazione analitica sia lo “studio” della psiche. Proprio per questo Freud analizzava i suoi sogni: per conoscere il proprio inconscio. Tuttavia allo stesso Freud, forse, sfuggiva che la sua autoanalisi costituiva il preliminare indispensabile per l’apprendimento della tecnica , infatti il fine consapevole di questa prima autoanalisi era di imparare a conoscere non tanto il proprio personale inconscio, quanto i processi inconsci in generale.

Siamo ai primi anni del ‘900 quando un medico che aveva completato una analisi con Freud, forma un gruppo di persone interessate allo studio della Psicoanalisi, ovviamente, di questo gruppo Freud diviene il centro. Non occorre molto tempo perché Freud si renda conto che il funzionamento di questo gruppo è ostacolato dall’emersione di certi fattori perturbanti attribuibili a conflitti psichici non risolti.

Intanto anche a seguito della confluenza dei membri della Clinica di Zurigo, fondata da Bleuler, nella Società di Vienna il gruppo di studio si amplia e, nel 1908, da vita al 1° Congresso Internazionale a Salzburg.

Nel 1910 a Nurnberg ha luogo il 2° Congresso internazionale. In questa sede Freud, Ferenczi, Jung, Abraham e Jones decidono di organizzare il movimento psicoanalitico in modo da conferirgli dignità scientifica trasferendo il Centro di Formazione e Ricerca a Zurigo presso la Clinica fondata da Bleuler. Nel corso del 3° Congresso Internazionale tenutosi a Weimar a proposito della formazione Freud rileva come ” gli analisti hanno appreso a sopportare una certa dose di verità” tuttavia gli atti congressuali dimostrarono come molti degli analisti partecipanti erano lontani e, a volte, anche molto lontani dal modello suggerito da Freud: nonostante lo sviluppo della teoria psicoanalitica e delle sue applicazioni alla pratica terapeutica, i conflitti personali si manifestavano sempre più spesso fra gli analisti praticanti!

Questa situazione si manifesta in pieno nel corso del 4° Congresso Internazionale tenutosi a Monaco :

… non c’era più traccia di sincerità e di amicale cooperazione fra i colleghi. Il suo posto era stato preso da un lutto proveniente da forti emozioni inconsce che avrebbe condotto a incresciose divisioni tanto da ricordare a Freud, a prezzo di una dolorosa riflessione, che gli analisti, proprio come i loro pazienti, resistono alle verità scomode…6

La questione che si proponeva era perché, alcuni analisti, senz’altro dotati si arrestavano di colpo di fronte all’esplorazione della loro mente quando si trattava di riconoscere dei fatti personalmente intollerabili “arrivando a modificare, per conformarlo al loro personale punto di vista, tutto ciò che essi avevano appreso da esperienze pregresse…?”7. Vediamo allora che si va affermando il principio che sia di estrema importanza per l’analista in formazione acquisire un sapere quanto più profondo possibile dei processi mentali inconsci e del suo inconscio poiché è solo attraverso tale comprensione che egli potrà riconoscere nelle comunicazioni dei suoi pazienti i “balbettamenti” del loro inconscio. Non è concepibile, afferma la Kovacs che ” … il paziente divenga l’oggetto del trasferì del suo analista, al contrario il compito dell’analista è di osservare costantemente le manifestazioni del suo controtransfert ovvero le sue risposte emotive, positive o negative, nei riguardi del paziente… ”

E’, tuttavia solo nel 1922, nel corso del Congresso di Berlino, che viene sancito uno dei principi fondamentali della formazione e cioè che dal quel momento in poi a nessun candidato, per quanto in possesso di adeguata formazione teorica, che non si fosse sottoposto ad un ‘analisi personale condotta da un analista anziano riconosciuto dalla Società, sarebbe stato consentito di avere pazienti. Si stabilì che ciascuna Società avesse al suo interno un Comitato che aveva il compito di accettare o respingere candidature. Queste importanti innovazioni si rivelarono però insufficienti : si riteneva, infatti che l’analisi didattica, resa obbligatoria a partire, come già detto, dal 1922 non dovesse essere necessariamente così approfondita come un’analisi terapeutica, l’idea era di consentire al candidato di familiarizzarsi con i meccanismi dell’inconscio attraverso l’analisi dei suoi sogni. E’ forse stato Ferenczi che ha contribuito in misura maggiore al cambiamento progressivo nello stabilire gli obiettivi di una analisi didattica. In un libro8 scritto a due mani con Otto Rank egli pone l’accento sul fatto che la psicoanalisi è essenzialmente una esperienza. Questo concetto fu più volte, successivamente, ribadito da Ferenczi (L’elasticità della Tecnica Psicoanalitica 1928; Le analisi infantili sugli adulti 1931; Confusione delle lingue tra adulti e bambini 1935)9

Al Congresso di Innsbruck (1927) venne fatto un ulteriore passo avanti, venne deciso, infatti, che la durata di una analisi didattica non dovesse essere più breve di quella riservata al paziente. A partire dal 1927 vengono quindi fissati i requisiti, osservati da tutte le Società facenti parte della Società internazionali, per la formazione psicoanalitica e cioè, riassumendo,

• Istituzione di un Comitato per il vaglio delle domande di adesione

• Una formazione teorica adeguata

• Una analisi personale e approfondita della durata di almeno 4 anni condotta da un analista

Senior facente parte della Società presso la quale è stata presentata la domanda di

adesione

• L’imprescindibile necessità di una supervisione condotta da uno o più analisti senior della

Società di appartenenza

A proposito dell’ultimo punto la Kovacs rileva che

“…. // candidato comincia ad analizzare uno o due pazienti e mette a parte del lavoro in corso un analista senior. Egli apprenderà in questo modo quale sia l’atteggiamento corretto da prendere nei riguardi del paziente e acquisirà, di fatto, la tecnica. Se ci accontentiamo di questa forma superficiale di supervisione, implicitamente accreditiamo la tesi secondo la quale la supervisione debba essere condotta da più analisti didatti in modo che il candidato possa apprendere differenti metodi. Se nel corso della supervisione emergerà che i personali conflitti del candidato ostacolano la corretta comprensione di quelli del paziente, il supervisore consiglierà al candidato di riprendere, per un certo tempo, la sua analisi personale”10

Secondo la Kovacs la procedura più corretta è quella secondo la quale la supervisione è condotta dallo stesso analista didatta poiché è quando i pazienti popolano ancora i sogni e le fantasie del candidato che ci si può rendere conto se la sua analisi possa considerarsi conclusa. Nel senso che una volta che un paziente abbia risolto, attraverso l’analisi, i suoi conflitti ed eliminato i sintomi e che, quindi abbia ottenuto tutto quello che dell’analisi sarebbe ragionevole aspettarsi, l’analisi può essere considerata conclusa ma questo non fa di lui un analista! L’obiettivo di una analisi   didattica è quello di   lasciare espandere la personalità contratta del candidato, solo questo gli conferirà l’elasticità necessaria per comprendere pienamente le difficoltà di quei pazienti il cui carattere è tanto diverso dal suo. Quindi una analisi serrata del suo controtransfert in condizioni operative: le emozioni, i residui conflittuali irrisolti, che non sono emersi durante l’analisi personale, possono essere riattualizzati proprio dai portati del paziente in analisi costituendo, se non affrontati e resi consapevoli, dei pesanti impedimenti al successo del trattamento. La Kovac conclude il suo scritto con il seguente commento:

“Credo di aver toccato, parlando del riconoscimento del proprio controtransfert, l’argomento centrale del processo di formazione. Sono certa che questo riconoscimento e comprensione non possono essere mantenuti con successo se il candidato non è in analisi nello stesso momento in cui si sottopone a un’analisi di controllo.”11

Sin qui il contributo della Kovacs: un contributo fondamentale, discutibile se si vuole, ma senz’altro stimolante.

Il tema fu comunque ripreso due anni più tardi nel 1937 durante il Congresso di Budapest da parte di E. Bibring (Società di Vienna) e K. Landauer (Società di Amsterdam); i lavori congressuali di fatto evidenziarono due correnti di pensiero:

• L’analisi  di  controllo  nella  prospettiva  dell’apprendimento di  una tecnica e di un insegnamento della psicoanalisi;

• L’analisi di controllo nella prospettiva più ampia di una formazione teorico-clinica e come continuazione dell’analisi personale.

Fra queste posizioni, così diverse fra loro, non ci fu però alcuna presa di posizione oltranzista e di principio venne anzi tentato un compromesso sui cui termini, rimando, perché non determinanti ai fini di questo scritto, al Bulletin ofthe International Associations (1937 pp 369-372)

NOTE e BIBLIOGRAFIA
 
3 Giova ricordare, a questo proposito, che dopo una favorevole accoglienza riservata dalla Medicina Accademica aStudien uber hysterie (1893-1895) e successivamente a Die Traumdeutung (1900) la comparsa di Drei Abhandlungen zur Sexualtheorìe (1905) aveva alienato non poche simpatie alla psicoanalisi: la medicina ufficiale ma anche la cultura mittleuropea dei primi del novecento prendevano le distanze da idee e teorie tanto ardite.
Vol.XVII Luglio 1936
V. Kovacs op. cit
6 V. Kovacs op.cit.
7 V. Kovacs op. cit.
S. Ferenzi e O. Rank “Entwicklungsziele der Psycho-analyse” Internationaler Psychoanalytischer Verlag 1924
9 S. Ferenczi Opere Guaraldi
10 V. Kovacs op. cit.
11 //
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