di Andrea Salvucci
Domenica 21 Febbraio 2010 21:27

L’adolescente è chiamato ad affrontare una profonda riorganizzazione del mondo interno e dei rapporti con gli oggetti esterni che passa necessariamente attraverso un duplice distacco, narcisistico e oggettuale, riguardante la perdita delle rappresentazioni del Sé infantile e quella delle figure genitoriali interiorizzate.
I cambiamenti somatici della pubertà richiedono, inoltre, di modificare la rappresentazione che l’adolescente ha del proprio corpo e di integrare, nell’immagine mutata di sé, il riconoscimento del proprio corpo sessuato (Giaconia, 1989, 894).
L’adolescente si distoglie dai buoni oggetti d’amore dell’infanzia dopo aver preannunciato questa separazione attraverso un graduale passaggio dalla ricerca di gratificazioni autoerotiche e da scelte oggettuali narcisistiche ad investimenti in cui la gratificazione non è più cercata nel Sé, ma nell’oggetto.

E’ un percorso che richiama quello già iniziato nel periodo edipico, quando il riconoscimento della differenza tra i sessi e le generazioni conduce il bambino ad arginare l’illusione narcisistica. L’Edipo segna una tappa evolutiva fondamentale per la riorganizzazione psichica del bambino che da una condizione di indifferenziazione fusionale in cui soggetto-oggetto si equivalgono, procede verso una relazione oggettuale diadica subordinata al soddisfacimento dei bisogni, ed infine giunge al riconoscimento di un terzo, altro da sé, distinto, con propri desideri e poteri.
Compito dell’adolescenza è di rinunciare definitivamente all’onnipotenza infantile, elaborare i lutti per gli aspetti ideali infantili e genitoriali perduti e accettare la propria incompiutezza e dipendenza dall’oggetto riconosciuto come altro da sé.
Nella pubertà lo sviluppo sessuale sembra ripartire proprio dal punto in cui fu abbandonato al tempo della risoluzione del conflitto edipico. Prima di riuscire a superare i legami incestuosi, di regola si verifica un’intensificazione delle tendenze edipiche, e delle angosce dovute alla sessualità (Fenichel, 1951). Riprendendo ora le vicende edipiche così come erano state lasciate nell’infanzia, vediamo cosa avviene nei due sessi a partire dall’affacciarsi della pubertà.
Nel preadolescente maschio l’Io, rafforzato dal periodo di tregua pulsionale della latenza, viene nuovamente sottoposto ad una forte pressione istintuale che porta ad un investimento indiscriminato di modalità di gratificazione libidiche ed aggressive. Si intensificano sensazioni ed emozioni legate al corpo oramai sessuato, che richiamano le prime esperienze di accudimento, creando una forte tensione con la figura materna. Riemergono pulsioni pre-genitali, che si esprimono in un aumento della motilità diffusa, dell’avidità orale, delle attività sadiche ed anali presenti sia negli atteggiamenti che nel linguaggio (Blos, 1962).
La pulsione aggressiva prevale e inibisce la spinta verso l’eterosessualità per paura di ritorsioni da parte della madre fallica. L’angoscia di castrazione relativa alla madre pre-edipica viene estesa a tutto il mondo femminile e si traduce in una vera e propria fuga dalle ragazze. Il padre, al contrario, viene idealizzato e diventa il principale oggetto d’amore. Anche le relazioni del ragazzo acquistano un carattere omosessuale, come difesa dall’angoscia di castrazione. Saranno solo le prime esperienze di coinvolgimento affettivo con l’altro sesso che mitigheranno la componete aggressiva e condurranno ad una prima integrazione con quella sessuale (già iniziata nell’Edipo) al fine di preservare l’oggetto e lo scopo libidico.
A questo punto, l’Io del ragazzo ha raggiunto un maggiore consolidamento della stabilità ideativa e della capacità di autocontrollo sugli aspetti istintuali. La pregenitalità perde gradualmente il ruolo di funzione soddisfacente e si attua una prima riorganizzazione pulsionale in cui si affaccia il piacere preliminare, la genitalità acquista un ruolo predominante. Si attenua la paura irrazionale del femminile e inizia un prolungato tentativo di abbandonare i legami oggettuali familiari. Siamo in piena adolescenza. Scompare la vicinanza con il padre. Tale oggetto, non più fonte di gratificazione narcisistica, perde i benefici dell’idealizzazione infantile, della sopravvalutazione e della venerazione di un tempo, e subisce una forte svalutatazione mentre la libido viene deviata sul Sè. E’ ben noto l’egocentrismo della personalità adolescenziale, l’ipervalutazione di sé unita ad un’estrema suscettibilità, l’atteggiamento di arroganza e di ribellione, la sfida alle regole e all’autorità genitoriale.
Tale fase sembra essere funzionale, sia nel ragazzo che nella ragazza, a sviluppare da parte dell’Io la capacità di assicurarsi il supporto narcisistico necessario per mantenere l’autostima, prima direttamente collegata al genitore reale e interiorizzato, e per sperimentare nuovi rapporti oggettuali e la stabilità dei propri confini. Si tratta di uno stato transitorio, “fisiologico” in adolescenza, dovuto al disinvestimento degli oggetti primari, difficili da abbandonare, in particolare il genitore dello stesso sesso con il quale deve essere raggiungiunta un’identificazione, positiva o negativa prima che possa nascere un amore eterosessuale.
L’adolescente vive in questo periodo una vera e propria “fame” di oggetti, che permettono identificazioni temporanee e mutevoli. In particolare è il gruppo dei pari ad attirare gli investimenti che, pur avendo ancora un forte connotazione narcisistica, consentono di creare nuovi momenti identificatori e di idealizzare nuovi oggetti, in particolare il leader del gruppo. L’adolescente sperimenterà inoltre una serie di “azioni di prova” della propria sessualità, che attraverso la masturbazione, l’innamoramento e le prime esperienze eterosessuali lo condurranno verso l’accettazione del proprio corpo e alla definitiva differenziazione con l’altro sesso. Al contrario del ragazzo che a partire dalla pubertà sembra intraprendere un percorso indiretto, attraverso le pulsioni pregenitali, per raggiungere l’orientamento sessuale genitale, la ragazza si volge più prontamente verso l’altro sesso.
Anche in questo caso la comprensione passa per le vicende edipiche originarie. Sappiamo che l’angoscia di castrazione, che provoca il tramonto della fase edipica per il maschio, contribuisce invece all’ingresso nell’Edipo per la femmina: la bambina allontanandosi dalla madre a seguito della delusione che prova verso se stessa e verso la donna castrata, per poter entrare nella fase edipica, deve attuare una massiccia repressione delle pulsioni istintuali pregenitali, intimamente collegate alle cure materne e fisiche. Si tratta tuttavia di un distacco che non arriva ad una conclusione netta come per il bambino, e che si riacutizza nella preadolescenza dove la ragazza per difendersi da una eccessiva regressione verso la madre pre-edipica attua una rapida svolta verso l’eterosessualità. In questo periodo i rapporti oggettuali con l’altro sesso sono comunque caratterizzati da una sessualità fallica, dove prevalgono aggressività e possessività, che danno alla ragazza un senso narcisistico di completezza e adeguatezza.
Si tratta di un doloroso e prolungato tentativo di distacco dalla figura materna che rappresenta l’ostacolo maggiore al desiderio di crescita della ragazza, e al tempo stesso la fonte di vicinanza emotiva, di protezione e di identificazione femminile. La madre, che può in un primo periodo assumere il ruolo di confidente e di consigliera, diventa improvvisamente troppo vicina e ingombrante nella vita psichica della ragazza e, alla luce dei fantasmi pre-genitali, deve essere allontanata. Inizia una fase altamente conflittuale tra madre e figlia, che richiama l’ambivalenza originaria. Anche qui come avviene per il padre nel maschio, la figura materna sarà de-idealizzata, criticata e potrà condurre l’adolescente ad atteggiamenti di rivalsa e competizione.
L’inamovibile attaccamento alla figura paterna e la precoce apparizione di fantasie romantiche o di veri e propri pensieri sessuali verso i ragazzi, sono in accordo con il fatto che le tendenze edipiche nella ragazza sono solo moderatamente rimosse e perdurano durante la latenza. Questo fatto da un lato acuisce il conflitto edipico, dall’altro contribuisce ad approfondire la vita emotiva della ragazza.
Tale ricchezza interiore, insieme alle caratteristiche anatomiche dell’organo genitale femminile, permettono alla ragazza di tollerare maggiormente il differimento della gratificazione genitale. La ragazza rimuove la consapevolezza dell’esigenza istintuale diretta per un periodo molto più lungo e con maggior successo del maschio. Questa esigenza si manifesta indirettamente nei suoi desideri d’amore intensificati e nell’orientamento erotico delle sue fantasie: in breve, con le qualità emotive che riconosciamo come specificatamente femminili (Deutsch, 1944, 112). Durante questa fase giunge a stabilizzarsi definitivamente la polarità fra mascolinità e femminilità, stabilizzazione a cui contribuisce notevolmente il menarca che da un lato segna la rinuncia alla dipendenza materna, dall’altro favorisce l’identificazione con la madre nella sua funzione riproduttiva. Questo processo maturativo dipenderà inevitabilmente dalla riuscita delle identificazioni evolutive precedenti e quindi dalla risoluzione dei conflitti edipici. Alcune ragazze negano o rifiutano la propria femminilità attraverso atteggiamenti mascolini, evidenziando la difficoltà ad abbandonare la bisessualità infantile.
Le esperienze di innamoramento illustrano molto bene le riviviscenze del complesso edipico negli adolescenti di entrambi i sessi. Sono infatti facilmente riscontrabili, nelle prime scelte d’amore eterosessuale, delle somiglianze o delle nette dissomiglianze fisiche o psichiche con il genitore edipico, che possono essere considerate come un tentativo di risolvere in modo nuovo i residui riattivati dal complesso edipico, positivo e negativo. Naturalmente si tratta di primi spostamenti verso rapporti oggettuali maturi. Alcune scelte eterosessuali improntate sulla competizione e rivalsa mirano a ferire il genitore che non può più soddisfare i bisogni di amore del figlio, altre si basano sull’adesione passiva ad un modello pseudo-edipico basato su un conflitto disincarnato tra adolescente e genitore. Queste situazioni indicano che si è ancora in presenza di una condizione infantile, mentre occorre un decisivo distacco dalle figure genitoriali reali e interiorizzate, prima che si possa realizzare una scelta eterosessuale matura.
La perdita dalla dimensione protetta infantile è, come ogni lutto, inizialmente impensabile, e successivamente dolorosissima proprio perché coinvolge parti di sé ancora non differenziate dall’oggetto, spingendo l’adolescente verso l’acquisizione di un qualcosa di non ancora visibile. Il dolore psichico del lutto, che l’adolescente tenterà di evitare o gestire come meglio può attraverso difese onnipotenti, agiti o somatizzazioni, mette l’adolescente di fronte ai limiti della realtà, all’irreversibilità della perdita e alla rinuncia definitiva di idee onnipotenti di immortalità e atemporalità. Se l’elaborazione è riuscita, solitamente il processo del lutto consente di attuare un reinvestimento senza la cancellazione dell’oggetto perduto, che viene collocato nella realtà interna.
E’ ciò che dovrebbe accadere nella “crisi” adolescenziale, che passa necessariamente attraverso un conflitto reale con l’autorità genitoriale, incarnata dal padre o dalla madre, cioè dal genitore con cui ci si dovrà identificare, il che implica un’elaborazione dei fantasmi di parricidio e matricidio che dopo l’Edipo si ripropongono in adolescenza con un’accezione realistica maggiore.
La rinuncia dell’oggetto incestuoso nella situazione edipica comporta un’identificazione con l’oggetto omosessuale che ha la duplice funzione di riperpetuare l’illusione di riavere il genitore edipico, e di far fronte alla perdita dello stesso oggetto omosessuale. Lo scontro e il confronto con i genitori consentono pertanto di aprirsi verso nuove identificazioni, di definire meglio attraverso la differenziazione, i confini di sé.
Fondamentale per l’evoluzione di questo processo di separarazione e individuazione è l’atteggiamento genitoriale e la sua funzione di accogliere il bisogno dell’adolescente e di tollerare il dolore del crescere del figlio. I genitori si trovano ad assolvere un compito molto complesso nel cercare la giusta distanza che consenta al figlio di poter trovare in loro un appoggio e una confidenza, ma anche di poter esprimere un forte conflitto. I genitori inoltre, in questa fase della vita rivivono i conflitti relativi alla loro stessa adolescenza, amplificati dai conflitti relativi alle modificazioni fisiche e sociali che avvengono con l’inizio della terza età, e che spesso per molti di loro, coincide con la definitiva separazione dai propri genitori.
Se vi è stata una forte carenza nelle identificazioni nelle prime fasi della vita o se si sono instaurati meccanismi che anziché consentire un’elaborazione della perdita hanno favorito la tendenza ad impossessarsi o ad aderire all’oggetto, l’adolescente avrà difficoltà nell’articolare i processi di elaborazione dei fantasmi di parricidio e matricidio, e quindi la risoluzione definitiva della situazione edipica e il raggiungimento di un’identità sessuale genitale.
I maschi e le femmine seguono vie diverse nella risoluzione del complesso edipico, risoluzione che non sarà mai ideale, perfettamente riuscita, ma che porterà sempre con sé dei residui di tendenze edipiche positive e negative, falliche per la femmina e passivo-recettive nel maschio.
Nella tarda adolescenza, la modalità con cui questi residui edipici andranno ad organizzarsi e ad integrarsi in aspetti egosintonici dell’Io contribuirà alla costituzione dell’ identità individuale che si stabilizzerà definitivamente nell’età adulta. Tali residui continueranno ad agire incessantemente verso la risoluzione edipica, contribuendo a caratterizzare le scelte personali come il lavoro, i valori, l’adesione a certi principi e in particolare l’amore (Blos, 1962).
La tarda adolescenza dovrebbe caratterizzarsi per una modulazione delle turbolente emozioni delle fasi precedenti, per un consolidamento e una maggiore integrazione dell’Io, un investimento relativamente costante del Sé e delle rappresentazioni oggettuali, e una posizione sessuale irreversibile.

E’ proprio la complessità dei compiti evolutivi dell’adolescenza intesa come fase di transizione e momento di verifica e ricapitolazione delle conquiste dei periodi precedenti, a rendere la tarda adolescenza una fase decisiva e allo stesso tempo critica per il consolidamento della personalità. Nel caso della mancata elaborazione delle fasi precedenti si verificheranno degli insuccessi nello sviluppo psichico che, in base alla difficoltà dell’individuo nell’integrare fissazioni pregenitali e tendenze edipiche nel contesto della sopraggiunta maturità genitale, lasceranno spazio a formazioni psicopatologiche di differente entità.

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