di Claudio Basile
Venerdì 12 Marzo 2010 22:44

Lo scritto “Das Unheimliche” (Il Perturbante, 1919) è uno di quei piccoli saggi-gioiello di Freud, che potremmo chiamare “trasversali”, in quanto, nati con l’esigenza di affermare o chiarire alcuni concetti (senza peraltro essere molto considerati dall’ autore), vanno poi in realtà ad estendere la loro ombra dall’hic et nunc della stesura, a molta della produzione dell’autore stesso, tanto che assumono significati diversi, sviluppati “après-coup”, che probabilmente non andranno mai ad esaurire il loro portato di originalità. Prova ne è il fatto che, seppur concepito in forma definitiva nel 1919, lo scritto ripropone varie fasi dell’opera freudiana, soprattutto riguardo al significato attribuito alla parola che compone il titolo, appunto Unheimlich, ossia “Il perturbante”. Inoltre vale la pena di affrontare il testo sotto profili multipli quali quello filologico/teorico/linguistico, di cui quello relativo all’incursione nell’estetica è forse il più noto.

Lo scritto, come Freud scrive a S. Ferenczi in un lettera del 12/5/1919, prende corpo in parallelo con la redazione del primo abbozzo dello “Jenseits der Lustprinzips” (Al di là del principio di piacere, 1920), e viene dall’autore giustificato come un desiderio di dare fondamento agli studi, allora iniziati, sulla psicologia delle masse, presentati poi nel 1921, sotto il titolo di “Massenpsychologie und Ich-Analyse”, ma come afferma lo stesso Freud: “tutto ciò deve restare fermo”, poiché, è il caso di dirlo, egli era “perturbato” da problemi di salute suoi e della moglie. Ed infatti avverte Ferenczi, in un’altra lettera del 10/7/1919, che lo scritto in questione è stato terminato, pur se “non necessario”, mentre quello sull’”Al di là…” è ancora in via di sviluppo. Accade spesso nell’opera freudiana che gli scritti che lo stesso autore non ritiene soddisfacenti, laddove non vengano semplicemente distrutti (come parte di quelli della “Metapsicologia”), divengano invece punti originali della elaborazione del suo pensiero. Peraltro proprio il termine “unheimlich” appare già precedentemente in opere freudiane, con significati talvolta diversi, ma proprio per questo, tesi ad ampliare il portato del termine al di là del suo significato puramente etimologico. Lo troviamo già nel 1899, in uno scritto “Ricordi di copertura” a proposito di impressioni perturbanti e spiacevoli che vengono messe in secondo piano da falsificazioni della memoria. Il termine si ripresenta nell’opera sul Witz (1905), dove Freud cita Groos, a proposito della tesi sul piacere che si produce “ritrovando il già noto”, che parla del Faust di Goethe, laddove il protagonista si sente acquietato, dopo un incontro perturbante, ritornando nel suo studio, e mettendo in risalto la doppia accezione del termine, ossia heimlich/unheimlich, dicotomia tra confortevole e perturbante. Ancora, nel 1909, nel caso dell’”Uomo dei topi”, ritroviamo il termine che va ad inscriversi come rappresentante di una forte onnipotenza del pensiero, a tematica superstiziosa. Ed è con un significato analogo che lo ritroviamo, nel 1912, in “Totem und Tabu”, attribuito proprio al concetto di tabù, nell’indicare una certa ambiguità emotiva, soprattutto nel senso negativo, del termine. E più avanti nello scritto, Freud spiega meglio il significato di “unheimlich”, nel momento in cui si va ad attribuire una qualità perturbante ad impressioni che confermano l’onnipotenza del pensiero ed il correlato sfondo animistico, pur nella condizione di aver già posto la propria attenzione a qualcos’altro (nella prima lettera a Ferenczi viene fatto risalire a questo periodo l’inizio dell’ideazione dello scritto in questione). Inoltre già in quest’opera l’”Unheimlich” precede l’abbozzo della nozione di “Wiederholungszwang”, coazione a ripetere, che appare abbastanza legata all’etimo trattato. Infine il termine “Unheimlich” appare, ma senza un riferimento preciso, insieme ad altre parole, che stanno ad indicare desuetudine e affrancamento dall’usualità, nello scritto “Das Tabu der Virginität” (Il tabù della verginità, 1917), dove Freud asserisce che tutto ciò che non si cala nell’ordine del quotidiano, dell’usuale, crea qualcosa di perturbante, di insospettato che può generare angoscia. Proprio nel legame con l’angoscia è possibile designare il termine “unheimlich”, allorché Freud ritiene che “l’elemento angoscioso è qualcosa che ritorna… cosicché questo tipo di cose angosciose costituirebbero appunto il perturbante (… ) : e allora comprendiamo l’uso linguistico che consente all’Heimliche di trapassare nel suo contrario, l’Unheimliche”. Infatti Freud ritiene che il termine non sia inscritto nell’idea propria dell’angoscia, ma sia un sentimento connesso alla rimozione, e meglio ancora al “Wiederkehr des Verdrängten”, ossia al ritorno del rimosso. Allora l’Unheimliche è l’inattesa materializzazione di questa indeterminatezza, dove si svela l’oggetto dell’angoscia che fa da velo, e ciò che si avverte come pericoloso, ci appare colmo di una strana familiarità, di qualcosa che ci appartiene (o, meglio, è appartenuto), forse un pericolo che trova dimora (è il significato appunto di Heim) in noi stessi, che come Freud stesso avverte, nella lezione 32 dell’”Introduzione alla psicoanalisi”, relativa ad “Angoscia e vita pulsionale” è “probabilmente la nostra libido”, oggetto del quale ci riesce difficile l’appropriazione. E Lacan, a tal proposito nel Seminario X, “L’angoisse”, afferma che l’Unheimliche non si pone come tra le tante possibilità dell’apparizione dell’angoscia, ma come un luogo di genesi dell’angoscia allo stato puro, angoscia che secondo Lacan, non è senza oggetto, che potrebbe essere l’oggetto /a/, visto come oggetto causa del desiderio, ossia un resto, un residuo, che non è possibile morfologizzare, né contenere. Inoltre tutto ciò ha a che fare con il corpo, con elementi rimossi, appartenenti ad un dentro mutualmente esclusivo da un fuori, attraversato da un’assenza che lo incastra e lo invischia. E qui che può sorgere il luogo del desiderio, in una perenne dicotomia tra separazione e legame, lontananza ed invischiamento, nel senso di una mancanza assoluta, eccentrica ad ogni punto stabile ed eccedente a qualsiasi progetto di forma. E in questo senso, laddove questa mancanza venga a mancare, come spesso ha detto Lacan, che si può ritrovare la sua analisi dell’angoscia. Quindi desiderio ed angoscia si oppongono/attraggono (pur restando in registri diversi) nella direzione di un eccesso a tutto: alla forma, al soggetto, etc. Passando poi all’orizzonte marcatamente linguistico, notiamo che il termine “unheimlich” è quanto di più “spiazzante” (o “estraniante”, come qualche volta si è rilevato) in ragione di un etimo, e dei suoi sinonimi/contrari. Una prima analogia la si può trovare con il termine greco “Deinon”, rinvenibile nell’”Antigone” di Sofocle, che va ad abitare significati apparentemente antitetici, ossia: 1) che desta “terrore”, “spavento”; 2) che desta impressione nel suo genere, “forte”, “potente”, ma anche “strano”, “singolare”, ed ancora “abile”, “pratico”, “valente”. Il termine “unheimlich” sembra quindi essere, quanto di più linguisticamente “spaesante” (per usare un altro significato attribuitogli), ed anche nella lingua tedesca si presenta ad analogie contraddittorie: Das Furchtbare, ossia il “terribile”, lo “Spaventoso”, ma interpretabile sia nel senso di generare terrore che in quello di destare ammirazione; Das Gewaltige, ossia “l’enorme”, “il potente”, nella doppia accezione di “violento”, “brutale”, ma anche di chi è in alto per naturale superiorità; Das Ungeheure, ossia “l’enorme”, “l’immenso”, nel senso di “non abituale”, ma anche nel “modo di controllare gli eventi”, talvolta incontrollabili. Sicuramente Freud ha cercato di indicare quest’aspetto ambivalente del termine, ma lo sviluppo di studi su di esso ha consentito di esplorare altri significati, tanto da far pensare che il termine “unheimlich” è un parola veramente “perturbante”, senza voler ricorrere poi a quella branca della linguistica che è la retorica, dove questo termine si presta a varie analogie con le figure di questa disciplina, come una Sineddoche (significato più o meno ampio della parola propria), una Litote (formulazione ottenuta tramite la negazione del contrario), una Catacresi (estensione di una parola o di una locuzione oltre il suo significato proprio), etc. Per concludere, le suggestioni che questo termine porta con sé sono diverse, basterebbe pensare al campo della letteratura e dell’arte in genere, laddove è possibile ritrovarne l’uso/significato più vasto, come, ad es., nel “William Wilson” di E. A. Poe, nel quale si rinviene sia la tematica del Doppio (tema che si è tralasciato di affrontare, poiché troppo vasto), sia della sua natura perturbante, rinvenibile nel “gioco” di Giove/Anfitrione, posto come persecutore del protagonista, oppure dell’”Horla” di Guy De Maupassant, dove tutto ciò che per il protagonista era prima “heimlich” e gratificante, diviene successivamente “unheimlich” e perturbante, o ancora nell’opera grafica di M. C. Escher, ad es. nella “Galleria di stampe” (1956) (vedere Appendice), dove si vede dall’esterno, tramite vetri, l’interno di una galleria di stampe, venendosi a creare un effetto insolito alla vista dei due spettatori rappresentati, con il debordare dell’interno sull’esterno, con un confusione tra immagine e realtà. In ultima analisi questo scritto del 1919 sembra essere un piccolo ma arguto prologo di molte delle idee successive del pensiero freudiano, delle quali le più vicine temporalmente sono senz’altro la coazione a ripetere, ed in parte, il “Todestrieb”, la pulsione di morte, e sembra soprattutto la descrizione di un momento particolarmente critico della vita di Freud, nel quale il passaggio verso nuove elaborazioni, non sempre accolte con benevolenza, porta l’attenzione verso il problema della continuità/discontinuità rispetto al proprio modus operandi, che si fa spesso latore di un messaggio dagli effetti perturbanti.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

cancella il moduloInvia