di Francesca Orlando
Domenica 21 Febbraio 2010 14:24

In questi ultimi anni, avere un bambino risponde a richieste che sono sempre meno intime e private ma quasi più sociali e generalizzate. Nell’ordine di idee di una società narcisistica e fallocratica, il bambino assurge, non più simbolicamente, ad essere come un bene.
Rispetto alla sessualità che sembra aver trovato espressione nello scenario culturale psicologico, la maternità resta relegata in uno spazio non pensabile del nostro tempo. Non è infatti casuale, come sostiene Vegetti Finzi, che la maggior parte dei disturbi psicosomatici femminili siano riconducibili lungo le vie fisiologiche della procreazione (dismenorrea, frigidità, vaginismo, gravidanza isterica e aborto spontaneo), perchè «il sintomo rappresenta ciò che, rimosso il pensiero, ritorna nella espressività del corpo» (Vegetti Finzi, 1990, 7), e diventa il sintomo di una conflittualità latente tra maternità e femminilità.
È interessante notare come il ciclo mestruale, simbolicamente considerato come l’uccisione della bestia uterina che segna l’inadempimento del concepimento, venga vissuto con sentimenti e atteggiamenti depressivi.
Con la venuta delle mestruazioni, molte donne infatti «provano rimorso per gli aborti precedenti, disprezzano i genitali femminili che appariscono loro superflui, identificano il flusso mestruale con le feci e così i genitali sono considerati parti sudice e la personalità spregevole» (Alexander, 213). L’infertilità può quindi attualizzare il complesso edipico nei sentimenti di esclusione e inferiorità che ne derivano. Il vuoto quando non richiama il pieno, dunque, genera l’angoscia della deprivazione che si collega a tutte quelle separazioni che hanno caratterizzato lo svolgersi della vita psichica: la nascita, lo svezzamento, la rinuncia al contenuto fecale e la castrazione immaginaria. Mentre per l’uomo il vuoto si colma all’esterno, nella donna deve avvenire all’interno di sé.
Come se più che il bambino fosse la gravidanza ad essere investita come stato di pienezza estatico che si produce attraverso il corpo gravido.
La gravidanza è, sicuramente, l’evento più importante per la vita di una donna e il modo di viverla è influenzata da fattori di tipo psicologico, sociale ed economico.
Specie se non desiderata, la gravidanza viene rifiutata ma poi sembra subentri un periodo di accettazione silente di un fatto naturale e positivo. Le cause dell’istintivo rigetto psicologico della gravidanza e quindi della maternità possono essere rintracciate, da una parte, nella non accettazione della femminilità della donna che presenta un forte complesso di virilità, in seno al sentimento angoscioso di castrazione e invidia del pene; dall’altra, in un sentimento di colpa nei riguardi della propria madre al punto da considerare la gravidanza una giusta auto-punizione per una colpa commessa, inconsciamente nell’antico rapporto amoroso col padre.
Desiderare un bambino è un concetto molto complesso in quanto implica la rinuncia al desiderio edipico, ma anche a vecchie speranze falliche.
Secondo Freud, infatti, avere un bambino – specialmente di sesso maschile – significherebbe per la donna passare dal desiderio fallico al desiderio di un figlio; attraverso di lui, la donna realizzerebbe l’ancestrale desiderio infantile diventando madre.
E l’uomo diventerebbe un ‘catalizzatore’ del desiderio di avere bambini, come se la donna rivolgesse a lui la domanda d’amore che prima rivolgeva alle figure genitoriali.
Molti autori concordano nel ritenere la gravidanza un momento in cui, come accade per l’adolescenza, la donna rielabora e rivive i vissuti e i conflitti relativi alle immagini genitoriali interiorizzate. Le capacità empatiche della donna in gravidanza e nel puerperio deriverebbero da una naturale regressione fisiologica e psicologica che ha come scopo l’immedesimazione della donna con il bambino e con i suoi bisogni. Nella concezione teorica freudiana, il desiderio di avere un bambino si inscrive nel riscatto che la donna assume per superare l’angoscia di castrazione e la conseguente ferita narcisistica, attraverso la strutturazione della fantasia edipica di avere un bambino dal padre.
Nella concezione teorica kleiniana, questo desiderio trascina con sé fantasie arcaiche basate sull’identificazione con l’imago materna della posizione depressiva: una madre fantasmaticamente vissuta come perennemente feconda, ricca di latte e bambini. Questa identificazione permette la riparazione degli oggetti interni precedentemente introiettati e vissuti come lesi dai precedenti attacchi aggressivi distruttivi.
Da un punto di vista più relazionale e transgenerazionale, il desiderio di avere un bambino si concretizza con il desiderio di ricreare una nuova relazione genitori-figli come la si è conosciuta o come la si vorrebbe conoscere, l’ambizione cioè di acquisire la condizione di genitori sulle orme di quelli che ci hanno preceduto.
La nuova riedizione si collega alla precedente sulla scia di un sentimento nostalgico verso il passato che, come questo stesso sentimento rappresenta, rievoca la condizione idilliaca di ciò che fu, della relazione magicamente sospesa nei ricordi e nell’inconscio dei figli che si apprestano a diventare genitori. Una relazione idilliaca, magica, primitiva, fusionale, esclusiva e pura tra la madre e il figlio. È dunque il passato che si riproduce nel presente, il bambino che si fa padre dell’uomo. In questa nostalgia dell’amore primario, la donna riscopre gli accenti della sua prima relazione quando vive la maternità (Cramer, 1992, 30).
L’istinto di riproduzione è, infatti, un istinto di ritrovamento. Non ci si riproduce soltanto, ma si ripropongono sulla scena antichi personaggi del passato: il bambino funge proprio da collante col passato, portando in sé la promessa di ritrovare ciò che è perduto.
Il bambino può rappresentare il redentore, colui che concede un’altra possibilità alle ambizioni frustrate dei genitori, che promette l’illusione di una relazione d’amore perfetta; può essere il personaggio ideale che rimedia a tutti gli errori, il nostro alter ego, alleato in silenziose complicità.
Può fungere da ‘collante coniugale’, come l’amante rispetto alla rappresentazione di un marito senza ruolo, oppure come figlio fantasticato di un altro uomo (l’amore perduto o il padre), o come dono che entrambi i genitori si scambiano vicendevolmente.
Ma nello stesso tempo può portare la disillusione proprio perché riproduce il doppio di noi che disprezziamo o la riedizione di un genitore che detestiamo o la rappresentazione di un difetto o del fallimento di qualcuno che vorremmo non riemergesse mai.
Al momento della nascita, poi, vengono scaricati su di lui frustrazioni, rancori, risentimenti che hanno origine nelle relazioni infantili del genitore.
Il momento del parto rappresenta, infatti, un’importante ferita narcisistica, non solo simbolica, che trascina i nuovi genitori ad assistere ad una nuova realtà. Se durante la gestazione hanno solo immaginato e fantasticato sulle fattezze che l’ecografia riportava del bambino, quasi come se nei confronti del piccolo si fossero posti in una linea sintonica di filiazione, con la nascita si vedono costretti ad assumere presto quella di genitori.
È come se la madre provasse contemporaneamente cosa significhi essere bambina e donna adulta nella stesso tempo, come se rivivesse ella stessa la condizione fetale nel corpo di sua madre. Tale rapporto è fondamentale perché le permette così di sognare e rivivere il passato attraverso un presente antico. «In molte donne esiste un’importante identità in quanto figlie dei propri genitori (…). Con la nascita della propria figlia, la donna deve spostare quel centro di gravità da essere figlia di sua madre a esser madre di sua figlia (…) La neo-madre deve rinunciare in larga misura alle fantasie a lungo coltivate e custodite relative alla riparazione, alla correzione o al rifacimento della sua infanzia e alla possibilità di tornarci quando ne ha bisogno. L’intera relazione con i suoi genitori viene fissata per sempre come storia passata. Potrà forse riparare il passato ma non più in quanto bambina (…). E spesso questo profondo senso di perdita (…) può, in alcuni casi, aggiungersi alla normale depressione post-partum. [Anche] la rappresentazione della relazione con il padre spesso viene messa in questione in modo meno violento ma alla fine dovrà subire un analogo riesame» (Stern, 2000, 31-33).
Intorno ai quattro mesi di gestazione, infatti, «c’è un improvviso aumento della ricchezza e della specificità delle rappresentazioni materne del feto in quanto bambino (…) è il momento in cui le madri cominciano a sentire i movimenti del feto e la realtà dell’esistenza del nascituro improvvisamente diventa palpabile e più perentoria» (Stern, 2000, 28).
Ma la mutazione della nascita genera una nuova rivalutazione delle relazioni che hanno avuto con i propri genitori, con i quali si sentono finalmente in un rapporto paritario, ma che comporta l’attivazione di una serie di sentimenti contraddittori e dolorosi. Tale situazione infatti riaccende sentimenti di rivalità e opposizione che si possono rivivere nel passato adolescenziale. L’arrivo del bambino può infatti essere vissuto come l’equivalente di una rivalità vittoriosa (i genitori che soppiantano i propri nella loro creatività) o segnare la rottura irrevocabile del cordone ombelicale che ancora univa i figli ai genitori (Cramer, 1992, 112).
Le paure che sottendono tali sentimenti possono essere ricondotte alle tematiche che vanno a caratterizzare la costellazione materna: la paura di uccidere il bambino a causa di una profonda inadeguatezza rispetto al modello materno; la paura del fallimento della vitalità e della creatività animale: tali paure sembrano corrispondere ai timori vissuti durante la gravidanza: la morte del feto, l’eventuale presenza di malformazioni o quella di partorire un mostro; la paura di fallire ad essere una buona madre in grado di provvedere al bambino sintonizzandosi con i suoi bisogni, e quindi l’angoscia di essere criticata, giudicata perché trovata carente nell’accudimento o distruttiva.
Con il bambino, i genitori instaurano una sorta di transfert di relazioni antiche che, come quello che si stabilisce nel contesto analitico, porta il genitore a trattare il bambino come una nuova edizione dei propri genitori. Il bambino diventa cioè la rappresentificazione di un dramma recitato anticamente da altri personaggi che si rispecchiano in lui secondo un canovaccio tramandato psicologicamente. In ogni relazione genitori-figli, infatti, si scopre l’influenza di tali copioni più o meno problematici. Ciò può avvenire simbolicamente anche attraverso l’imposizione dei nomi che, come ricorda Freud, fanno dei bambini dei fantasmi.
L’attribuzione del nome è sempre rivelatrice di una filiazione, di un legame che attraverso il bambino unisce – più o meno velatamente – il genitore a un’immagine ideale attraverso il bambino. Come spesso accade in alcune zone dell’Italia, il bambino si plasma attraverso l’acquisizione del nome-feticcio, che la famiglia vuole trasformi la sua personalità in quella del personaggio eletto. Ecco come i bambini portano i nomi dei nonni o di un personaggio celebre o provvisto di un carisma particolare.
Il desiderio di avere un bambino deriva, dunque, dalla relazione edipica che ciascun genitore ha instaurato col proprio genitore durante lo sviluppo psichico. Realizza, in senso positivo o negativo, la realtà precedente.
E può spesso capitare come i genitori agiscano il loro conflitto edipico allineando quello del bambino al proprio. Come dire che il complesso edipico del figlio si costruisce specularmente sul modello dei genitori: all’Edipo del bambino corrisponde un “controEdipo” dei genitori, o secondo Edipo (Edipo II). span style=”font-family: “Times New Roman”,”serif”; font-size: 13pt; mso-bidi-font-size: 10.0pt;”>
Rispetto alla sessualità che sembra aver trovato espressione nello scenario culturale psicologico, la maternità resta relegata in uno spazio non pensabile del nostro tempo. Non è infatti casuale, come sostiene Vegetti Finzi, che la maggior parte dei disturbi psicosomatici femminili siano riconducibili lungo le vie fisiologiche della procreazione (dismenorrea, frigidità, vaginismo, gravidanza isterica e aborto spontaneo), perchè «il sintomo rappresenta ciò che, rimosso il pensiero, ritorna nella espressività del corpo» (Vegetti Finzi, 1990, 7), e diventa il sintomo di una conflittualità latente tra maternità e femminilità.
È interessante notare come il ciclo mestruale, simbolicamente considerato come l’uccisione della bestia uterina che segna l’inadempimento del concepimento, venga vissuto con sentimenti e atteggiamenti depressivi.
Con la venuta delle mestruazioni, molte donne infatti «provano rimorso per gli aborti precedenti, disprezzano i genitali femminili che appariscono loro superflui, identificano il flusso mestruale con le feci e così i genitali sono considerati parti sudice e la personalità spregevole» (Alexander, 213).
L’infertilità può quindi attualizzare il complesso edipico nei sentimenti di esclusione e inferiorità che ne derivano. Il vuoto quando non richiama il pieno, dunque, genera l’angoscia della deprivazione che si collega a tutte quelle separazioni che hanno caratterizzato lo svolgersi della vita psichica: la nascita, lo svezzamento, la rinuncia al contenuto fecale e la castrazione immaginaria. Mentre per l’uomo il vuoto si colma all’esterno, nella donna deve avvenire all’interno di sé.
Come se più che il bambino fosse la gravidanza ad essere investita come stato di pienezza estatico che si produce attraverso il corpo gravido.
La gravidanza è, sicuramente, l’evento più importante per la vita di una donna e il modo di viverla è influenzata da fattori di tipo psicologico, sociale ed economico.
Specie se non desiderata, la gravidanza viene rifiutata ma poi sembra subentri un periodo di accettazione silente di un fatto naturale e positivo. Le cause dell’istintivo rigetto psicologico della gravidanza e quindi della maternità possono essere rintracciate, da una parte, nella non accettazione della femminilità della donna che presenta un forte complesso di virilità, in seno al sentimento angoscioso di castrazione e invidia del pene; dall’altra, in un sentimento di colpa nei riguardi della propria madre al punto da considerare la gravidanza una giusta auto-punizione per una colpa commessa, inconsciamente nell’antico rapporto amoroso col padre.
Desiderare un bambino è un concetto molto complesso in quanto implica la rinuncia al desiderio edipico, ma anche a vecchie speranze falliche.
Secondo Freud, infatti, avere un bambino – specialmente di sesso maschile – significherebbe per la donna passare dal desiderio fallico al desiderio di un figlio; attraverso di lui, la donna realizzerebbe l’ancestrale desiderio infantile diventando madre.
E l’uomo diventerebbe un ‘catalizzatore’ del desiderio di avere bambini, come se la donna rivolgesse a lui la domanda d’amore che prima rivolgeva alle figure genitoriali.
Molti autori concordano nel ritenere la gravidanza un momento in cui, come accade per l’adolescenza, la donna rielabora e rivive i vissuti e i conflitti relativi alle immagini genitoriali interiorizzate. Le capacità empatiche della donna in gravidanza e nel puerperio deriverebbero da una naturale regressione fisiologica e psicologica che ha come scopo l’immedesimazione della donna con il bambino e con i suoi bisogni.
Nella concezione teorica freudiana, il desiderio di avere un bambino si inscrive nel riscatto che la donna assume per superare l’angoscia di castrazione e la conseguente ferita narcisistica, attraverso la strutturazione della fantasia edipica di avere un bambino dal padre.
Nella concezione teorica kleiniana, questo desiderio trascina con sé fantasie arcaiche basate sull’identificazione con l’imago materna della posizione depressiva: una madre fantasmaticamente vissuta come perennemente feconda, ricca di latte e bambini. Questa identificazione permette la riparazione degli oggetti interni precedentemente introiettati e vissuti come lesi dai precedenti attacchi aggressivi distruttivi.
Da un punto di vista più relazionale e transgenerazionale, il desiderio di avere un bambino si concretizza con il desiderio di ricreare una nuova relazione genitori-figli come la si è conosciuta o come la si vorrebbe conoscere, l’ambizione cioè di acquisire la condizione di genitori sulle orme di quelli che ci hanno preceduto.
La nuova riedizione si collega alla precedente sulla scia di un sentimento nostalgico verso il passato che, come questo stesso sentimento rappresenta, rievoca la condizione idilliaca di ciò che fu, della relazione magicamente sospesa nei ricordi e nell’inconscio dei figli che si apprestano a diventare genitori. Una relazione idilliaca, magica, primitiva, fusionale, esclusiva e pura tra la madre e il figlio.
È dunque il passato che si riproduce nel presente, il bambino che si fa padre dell’uomo.
In questa nostalgia dell’amore primario, la donna riscopre gli accenti della sua prima relazione quando vive la maternità (Cramer, 1992, 30).
L’istinto di riproduzione è, infatti, un istinto di ritrovamento. Non ci si riproduce soltanto, ma si ripropongono sulla scena antichi personaggi del passato: il bambino funge proprio da collante col passato, portando in sé la promessa di ritrovare ciò che è perduto.
Il bambino può rappresentare il redentore, colui che concede un’altra possibilità alle ambizioni frustrate dei genitori, che promette l’illusione di una relazione d’amore perfetta; può essere il personaggio ideale che rimedia a tutti gli errori, il nostro alter ego, alleato in silenziose complicità.
Può fungere da ‘collante coniugale’, come l’amante rispetto alla rappresentazione di un marito senza ruolo, oppure come figlio fantasticato di un altro uomo (l’amore perduto o il padre), o come dono che entrambi i genitori si scambiano vicendevolmente.
Ma nello stesso tempo può portare la disillusione proprio perché riproduce il doppio di noi che disprezziamo o la riedizione di un genitore che detestiamo o la rappresentazione di un difetto o del fallimento di qualcuno che vorremmo non riemergesse mai.
Al momento della nascita, poi, vengono scaricati su di lui frustrazioni, rancori, risentimenti che hanno origine nelle relazioni infantili del genitore.
Il momento del parto rappresenta, infatti, un’importante ferita narcisistica, non solo simbolica, che trascina i nuovi genitori ad assistere ad una nuova realtà. Se durante la gestazione hanno solo immaginato e fantasticato sulle fattezze che l’ecografia riportava del bambino, quasi come se nei confronti del piccolo si fossero posti in una linea sintonica di filiazione, con la nascita si vedono costretti ad assumere presto quella di genitori.
È come se la madre provasse contemporaneamente cosa significhi essere bambina e donna adulta nella stesso tempo, come se rivivesse ella stessa la condizione fetale nel corpo di sua madre. Tale rapporto è fondamentale perché le permette così di sognare e rivivere il passato attraverso un presente antico.
«In molte donne esiste un’importante identità in quanto figlie dei propri genitori (…). Con la nascita della propria figlia, la donna deve spostare quel centro di gravità da essere figlia di sua madre a esser madre di sua figlia (…) La neo-madre deve rinunciare in larga misura alle fantasie a lungo coltivate e custodite relative alla riparazione, alla correzione o al rifacimento della sua infanzia e alla possibilità di tornarci quando ne ha bisogno. L’intera relazione con i suoi genitori viene fissata per sempre come storia passata. Potrà forse riparare il passato ma non più in quanto bambina (…). E spesso questo profondo senso di perdita (…) può, in alcuni casi, aggiungersi alla normale depressione post-partum. [Anche] la rappresentazione della relazione con il padre spesso viene messa in questione in modo meno violento ma alla fine dovrà subire un analogo riesame» (Stern, 2000, 31-33).
Intorno ai quattro mesi di gestazione, infatti, «c’è un improvviso aumento della ricchezza e della specificità delle rappresentazioni materne del feto in quanto bambino (…) è il momento in cui le madri cominciano a sentire i movimenti del feto e la realtà dell’esistenza del nascituro improvvisamente diventa palpabile e più perentoria» (Stern, 2000, 28).
Ma la mutazione della nascita genera una nuova rivalutazione delle relazioni che hanno avuto con i propri genitori, con i quali si sentono finalmente in un rapporto paritario, ma che comporta l’attivazione di una serie di sentimenti contraddittori e dolorosi. Tale situazione infatti riaccende sentimenti di rivalità e opposizione che si possono rivivere nel passato adolescenziale. L’arrivo del bambino può infatti essere vissuto come l’equivalente di una rivalità vittoriosa (i genitori che soppiantano i propri nella loro creatività) o segnare la rottura irrevocabile del cordone ombelicale che ancora univa i figli ai genitori (Cramer, 1992, 112).
Le paure che sottendono tali sentimenti possono essere ricondotte alle tematiche che vanno a caratterizzare la costellazione materna: la paura di uccidere il bambino a causa di una profonda inadeguatezza rispetto al modello materno; la paura del fallimento della vitalità e della creatività animale: tali paure sembrano corrispondere ai timori vissuti durante la gravidanza: la morte del feto, l’eventuale presenza di malformazioni o quella di partorire un mostro; la paura di fallire ad essere una buona madre in grado di provvedere al bambino sintonizzandosi con i suoi bisogni, e quindi l’angoscia di essere criticata, giudicata perché trovata carente nell’accudimento o distruttiva.
Con il bambino, i genitori instaurano una sorta di transfert di relazioni antiche che, come quello che si stabilisce nel contesto analitico, porta il genitore a trattare il bambino come una nuova edizione dei propri genitori. Il bambino diventa cioè la rappresentificazione di un dramma recitato anticamente da altri personaggi che si rispecchiano in lui secondo un canovaccio tramandato psicologicamente. In ogni relazione genitori-figli, infatti, si scopre l’influenza di tali copioni più o meno problematici. Ciò può avvenire simbolicamente anche attraverso l’imposizione dei nomi che, come ricorda Freud, fanno dei bambini dei fantasmi.
L’attribuzione del nome è sempre rivelatrice di una filiazione, di un legame che attraverso il bambino unisce – più o meno velatamente – il genitore a un’immagine ideale attraverso il bambino. Come spesso accade in alcune zone dell’Italia, il bambino si plasma attraverso l’acquisizione del nome-feticcio, che la famiglia vuole trasformi la sua personalità in quella del personaggio eletto. Ecco come i bambini portano i nomi dei nonni o di un personaggio celebre o provvisto di un carisma particolare.
Il desiderio di avere un bambino deriva, dunque, dalla relazione edipica che ciascun genitore ha instaurato col proprio genitore durante lo sviluppo psichico. Realizza, in senso positivo o negativo, la realtà precedente.
E può spesso capitare come i genitori agiscano il loro conflitto edipico allineando quello del bambino al proprio. Come dire che il complesso edipico del figlio si costruisce specularmente sul modello dei genitori: all’Edipo del bambino corrisponde un “controEdipo” dei genitori, o secondo Edipo (Edipo II).

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