di Francesca Orlando
Domenica 21 Febbraio 2010 14:06

Riprendendo il titolo del saggio della psicoanalista De Simone, vorrei affrontare il discorso intergenerazionale del complesso edipico al fine di contestualizzare meglio non solo il significato che tale evento ha apportato nella storia del mito, ma anche come esso si caratterizza all’interno della trama relazionale di ciascuno di noi. Tracciando una sorta di primitivo genogramma mitico della famiglia di Edipo, si notano delle curiose analogie sia per quanto riguarda le profezie divine sia per quanto riguardano alcuni atteggiamenti e comportamenti.

Edipo nasce a Tebe dal re Laio e Giocasta. Narra Igino (Favole LXVII) «Laio aveva appreso da un responso di Apollo che avrebbe avuto la morte per mano di suo figlio. Perciò Giocasta, quando mise alla luce il piccino, lo affidò a un servo perchè lo uccidesse. Il pover’uomo non ebbe cuore di eseguire l’ordine crudele e, forati i piedi al fanciullo, lo appese ad un albero sul monte Citerone. I vagiti del bimbo attirarono attenzione sul luogo un pastore corinzio, Forba, il quale raccolto l’innocente, lo portò a Polibo, re di Corinto, che lo allevò come un figlio e gli diede il nome di Edipo (dai piedi gonfi). Venuto a maggiore età, Edipo consultò l’oracolo per conoscere il proprio avvenire, e seppe quale terribile destino incombesse su di lui; allora, pieno di orrore lasciò Corinto sicuro che Polibo e Peribea fossero i suoi genitori. Il giovane giunto in Focide si imbattè in Laio che si recava a Delfo e, venuto a diverbio con lui l’uccise. Seguitando il cammino, Edipo inconsapevole di aver ucciso il proprio padre, giunse a Tebe, liberò la città dalla Sfinge e, come premio, ebbe in moglie la vedova regina, Giocasta (sua madre), da cui ebbe Eteocle, Polinice, Antigone ed Ismene» (Acrosso – D’Alessio, 1984, 86). Dopo qualche anno, in occasione di una violenta pestilenza che interessò la città di Tebe, Edipo viene a conoscenza della triste verità. Si narra infatti come, in preda alla disperazione, Giocasta si impicchi ed Edipo si accechi. Ma chi era Laio? Perchè su di lui pende un indiscutibile presagio divino? Laio era figlio di Labdaco, re di Tebe, e Armonia. Il padre morì molto presto e il futuro erede al trono cercò invano di identificarsi con un padre sostanzialmente assente. Probabilmente ciò gli procurò non pochi problemi, sia per quanto riguarda la propria crescita psicologica che per quando riguarda l’esposizione pubblica. Laio, infatti, si era macchiato di un orribile delitto uccidendo, dopo averlo sedotto e rapito, il figlio del re della Lidia. È qui che comincia la persecuzione divina di Laio: se avesse concepito un bambino, questi sarebbe morto. Il mito visto dalla parte del padre è una storia incentrata sulle violente lotte cannibaliche e distruttive che richiamano primitive spinte pulsionali insite in ognuno di noi e che aprono la via alle sempre più attuali vicende di cronaca nera. Nell’antica Grecia, infatti, era abbastanza normale sacrificare i figli agli dei attraverso riti propiziatori e iniziatici al fine di ottenere positività, così come assistere a varie forme di maltrattamento, sfruttamento anche sessuale fino alle forme più subdole e sofisticate di atteggiamenti narcisistici del genitore che si appropria del bambino. E questi, sentendosi espropriato di qualcosa di preziosamente intimo si ritrova a dover fare i conti con qualcosa che non è suo ma che gli appartiene e, attraverso l’identificazione con l’adulto, al prezzo della paura che tutto ciò gli comporta, a dover introiettare il senso di colpa dell’adulto (identificazione con l’aggressore): in questo modo, arriva a evitare ogni situazione che nel corso del suo sviluppo lo possa mettere di fronte a tali forme di aggressività o, al contrario, ad agire tali introiezioni approfittando di chi, inerme, si presenterà sotto di lui. Ecco come Edipo, pur non riconoscendo il suo vero padre, ri-agisce questa dinamica intergenerazionale di lotta e violenza anche ai danni dei propri figli, lungo un continuum di drammatici conflitti familiari. Laio si ritrova, quindi, costretto a difendersi dall’amore per suo figlio, Edipo, non riuscendo così a proteggere e a preoccuparsi della sorte della sua famiglia e della sua città. Questa stessa difesa verso il figlio si manifesta in un ‘non contenimento’ delle spinte distruttive che sembrano trarre origine dalla mancata elaborazione di un’altrettanto mancata rivalità con il padre, che egli perde infatti in tenera età. La mancanza di un riferimento genitoriale valido e supportivo fa di Laio un genitore prettamente narcisista. E il narcisismo, si sa, comporta una serie di compromissioni non solo a livello individuale ma anche e soprattutto a livello relazionale. Se potessimo azzardare una spiegazione del comportamento di Laio nella relazione con il figlio Edipo, potremmo rintracciare degli indizi comuni di quella che diventa una problematica psicologica relazionale: il narcisismo. Secondo l’impostazione psicoanalitica, nel corso dello sviluppo psicosessuale il bambino attraversa dagli inizi della sua vita fino ai 2 anni d’età – nella cosiddetta fase orale – uno stadio di narcisismo primario che si correla all’atto istitutivo dell’Io, considerato come serbatoio in cui è ammassato tutto l’apporto libidico disponibile, e nel quale non c’è differenziazione tra Sé e l’Altro. Inizialmente, infatti, il bambino vive solo di processi di scarica affettivo – motoria legata alle pulsioni di autoconservazione, secondo la linea pulsionale piacere/dolore, gratificazione/frustrazione. La condizione di narcisismo primario implica la presenza del principio di piacere (processo primario) che porta il bambino a scaricare la tensione in modo diretto e immediato, senza tener conto delle esigenze della realtà, al punto da allucinare la soddisfazione dei desideri qualora si presentino degli impedimenti. In questa fase, il bambino investe libidicamente se stesso e in particolare le zone erogene legate all’oralità: il bambino, infatti, polarizza a livello orale e sul cibo che inghiotte ogni sua soddisfazione, rivolgendo la sua libido sul proprio corpo in un atto di autoerotismo. Lo scopo pulsionale è duplice: da una parte, godere del piacere autoerotico, dall’altra incorporare gli oggetti cui il bambino si sente unito. Il piacere dell’avere si fonde con quello di essere. Con le prime frustrazioni il bambino proietta la sua onnipotenza (l’Io ideale) all’esterno alla figura di nutrimento che è la madre, divenendo il suo mondo. Questo ideale proiettato permette al bambino di percepire la presenza di una realtà esterna, e di vivere la sua prima situazione luttuosa e traumatica che è la separazione, la differenziazione nel difficile procedere della vita. Negando la percezione di questa separazione il bambino si riappropria della sua onnipotenza reintroiettandola in sé (narcisismo secondario). In questa fase successiva del narcisismo secondario, l’Io cessa di essere quel serbatoio di libido o almeno lo diventa solo secondariamente, attraverso l’identificazione con gli oggetti amati: l’Io, infatti, si riappropria dell’investimento oggettuale per cui la carica libidica aderisce agli oggetti esterni d’amore ma viene ancora ripiegata su di sé, ponendo le basi per un Io ideale più evoluto. Nella vita adulta di ciascuno, gli oggetti d’amore (persone, scelte professionali, ideologie…) possono ancora rispecchiare il bisogno di una parte di sé cui non si può narcisisticamente rinunciare. Con l’incorporazione dei dati della realtà il bambino si percepisce in grado di riuscire a soddisfare un suo bisogno, così come la madre appagava ogni sua necessità. Il bambino si sente finalmente in grado di riuscire a soddisfare un suo bisogno: nasce la stima di sé. Qualora la rinuncia narcisistica non sia stata sufficientemente elaborata, si viene a creare un disinvestimento dalla realtà esterna ed una riduzione delle possibilità di esame di realtà e di relazioni affettive. In questo caso, il narcisismo costituirebbe un nucleo psicopatologico rintracciabile in disturbi psichiatrici e del carattere più o meno gravi. La stima del mitologico Narciso [e così anche quella di Laio] non si è mai potuta formare poiché egli non è mai riuscito a innamorarsi di sé, ma solo dell’immagine riflessa nell’Altro: lo specchio apre un varco tra il visivo, il fantastico e il sogno. Quella semplice lastra di vetro assurge a strumento di confronto, di sfida e di incapacità di carpire il segreto che si nasconde in esso e che conduce in un viaggio verso l’occulto. Il narcisista ha bisogno di uno specchio materiale, umano o lacustre per ricevere conferme che non appagano mai e che portano alla disperazione e alla distruzione di sé, così come ci informa il racconto mitologico. Nel contatto con lo specchio si definisce una relazione. I soggetti narcisistici cercano all’esterno rapporti gratificanti per sé attraverso relazioni funzionali al proprio appagamento narcisistico. La prima relazione del narcisista è definita all’interno del rapporto fusionale con la madre che esclude la presenza del padre e non prevede, perciò, l’esistenza di divieti o di una morale. Questo tipo di relazione che si viene a costituire definisce lo stato di perversione, di illusione, dunque ideale, che il bambino stabilisce con l’oggetto. Egli si illude di poter continuare ad avere con la madre un rapporto esclusivo, un rapporto incestuoso. La figura del padre, finora escluso, contribuirebbe infatti alla differenziazione e dunque al taglio freddo della separazione. È per questo che il bambino è angosciato dal vedere l’altro separato da sé (la madre come compagna del padre) idealizzando il rapporto con la madre in una condizione di fusione con lui. Durante la fase edipica (intorno ai 4-5 anni), la figura del padre riveste un ruolo di fondamentale importanza nel corso dello sviluppo psicosessuale, in quanto responsabile di poter terzializzare la relazione con lo scopo di smitizzare questo grande valore della madre tagliando il cordone ombelicale fisico e psichico che la lega al bambino. La comparsa del padre e delle prime frustrazioni permette al bambino di uscire da questo rapporto ormai diventato stretto e di accettare realisticamente la figura paterna con i suoi limiti e difetti, introiettandola e dunque identificandosi in essa. Narciso si è guardato allo specchio perché non ha avuto uno specchio vivente che lo accompagnasse nel suo evolversi, dissolvendosi al momento opportuno. Il padre di Narciso è stato un uomo debole, timoroso che il figlio lo privasse dei sentimenti e di parti del suo Sé; un uomo che si concede a discrezione per non perdersi nella fame di suo figlio. La fissazione a uno stato narcisistico del Sé comporta una vita relazionale decisamente infelice, caratterizzata da sentimenti di invidia, ricercando oggetti d’amore che rappresentino ciò di cui si sente mancante non tanto per una sana integrazione quanto per proiettare su di loro tutte le parti negative del proprio sé; le modalità relazionali caratterizzate dall’onnipotenza porteranno il soggetto a recitare la parte di chi vorrebbe essere ma non è, fino al delirio di sentirsi privo di difetti e sempre severo verso quelli altrui; infine il possesso determinerà quel tipo di relazioni in cui il soggetto passa da un oggetto all’altro senza rischiare di soffrire perché sazio e annoiato, come dopo una buona poppata. Il bambino divenuto adulto tenderà a chiudersi in se stesso per soddisfare le proprie esigenze, in una realtà che possiamo definire autistica, solipsistica, del tipo “sistema chiuso”. Egli matura la convinzione che gli altri non siano in grado di soddisfare le sue richieste e per questo decide di escluderli e di fare da sé relegandosi, così, a uno stato di autonomia coatta. Continuamente deluso e frustrato da questa vita intra e interpersonale, il narcisista tende a sviluppare forme di depressione e a invocare un destino di morte (Cantelmi – Orlando, 2005, 24-28). In questo senso, Kohut afferma come il complesso edipico non sia caratterizzato solo da una condizione di difesa delle pulsioni ma dall’arricchimento del sé che dipende dalle risposte adeguate dei genitori. E di Giocasta cosa sappiamo? Il mito ce la disegna come una donna che incarna fedelmente il ruolo passivo e accondiscendente che la cultura fantastica le impone: tuttavia, sembra voler divincolarsi dai limiti definiti intorno a lei, in quanto moglie del re di Tebe e quindi in ombra rispetto alla figura del marito, venendo meno all’ordine oracolare di uccidere il bambino consegnandolo così al pastore in modo che lo esponesse nel bosco affinché qualcuno lo prendesse. Ciò che ne risulta è, però, un comportamento sicuramente ambiguo. E così il mito ce la rappresenta. Giocasta intuisce ancor prima di Edipo la sorte che li aspetta: in un primo momento tenta di sviare il figlio dal raggiungere la verità, soprattutto per preservare se stessa dalla necessità di affrontare la realtà e l’origine delle cose, una sorta di rappresentificazione del principio di piacere che si oppone alle istanze dettate dall’esterno e dalla moralità, in un secondo momento, però, consapevole che il figlio abbia raggiunto la conoscenza delle cose, decide di suicidarsi: avrebbe, altrimenti, acconsentito a «conservare il legame incestuoso e a mantenere il figlio in uno stato di diniego e occultamento della verità» (De Simone, 2002, 105). Secondo alcuni autori, il dramma di Edipo non deve essere ricondotto alla mortale alternativa tra padri e figli, tra parricidi e figlicidi, quanto a una mancanza di accudimento a parte della coppia di Corinto idealizzante. Infatti, sotto l’apparente normalità e adeguatezza di questa coppia si nasconde, ma forse è invece è più evidente di quanto sembri, una carenza di accudimento vero perchè i genitori pensano al bambino idealizzato interiormente e non a come egli realmente è. Se consideriamo il complesso edipico così come Freud ce lo ha tramandato, attraverso personali percorsi evolutivi di rivalità con il proprio padre, tenderemo a tralasciare molti altri elementi di analisi che fanno di questo momento un passo importante nella vita psichica dei bambini così come delle bambine. Il complesso edipico sembra infatti essere concepito in una veste esclusivamente maschile, perchè così era stato affrontato da un uomo. Non intendo, certo, addentrarmi nell’impresa di poter spiegare il complesso edipico da un versante più femminile, ma sicuramente di analizzarne quanto purtroppo sembra essere stato troppo a lungo rimosso. L’equivalente del complesso edipico “maschile” è il cosiddetto complesso di Elettra. E nonostante si voglia disconfermare l’esistenza di questo analogo aspetto, il complesso di Elettra sembrerebbe rappresentare l’equivalente del complesso edipico femminile. Il mito narra che Elettra, figlia di Agamennone e Clitemnestra che uccide il marito perché questi aveva posto in sacrificio la figlia Ifigenia in un rito propiziatorio, decide di vendicare il padre uccidendo, insieme al fratello Oreste, la stessa madre.

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