di Andrea Salvucci
Lunedì 22 Febbraio 2010 09:19

Il ritiro dell’investimento libidico dai genitori, o meglio dalla loro rappresentazione oggettuale avviene, come abbiamo visto, in maniera differente per l’adolescente maschio e femmina, ma in entrambi questo processo porta ad un incremento degli investimenti narcisistici.
Tale investimento su di sé, ha la funzione di proteggere l’adolescente dai pericoli di una drastica disillusione e di creare le condizioni per un investimento graduale di nuovi oggetti, ma può assumere un carattere ostacolante lo sviluppo nel momento in cui diventa un tentativo di differire e di aggrapparsi alle posizioni precedenti, causato dalla riluttanza a rinunciare definitivamente agli oggetti d’amore originari. E’ ciò che osserviamo nella condizione dell’adolescenza prolungata.
L’adolescenza prolungata è una statica conservazione della condizione adolescenziale, caratterizzata da strategie per evitare il conflitto e per rimandare senza un limite temporale scelte e compiti evolutivi attraverso espedienti ingegnosi che combinano gratificazioni infantili e prerogative adulte.
Blos (1979) distingue l’adolescenza prolungata dalla tarda adolescenza o post-adolescenza. La tarda adolescenza, i cui confini con l’età adulta sono sempre più sfumati e problematici a causa di numerosi cambiamenti sopraggiunti nel sistema familiare (un allungamento del periodo di coesistenza e interdipendenza con il nucleo familiare d’origine che contribuisce a prolungare la condizione di figlio o di figlia) sociale e lavorativo, consiste nella già citata fase finale del processo adolescenziale con compiti e caratteristiche specifiche. In questo caso lo sviluppo progressivo della maturazione della personalità è in gran parte avvenuto in termini di modificazioni interiori, ciò che sembra problematico è l’effettivo svincolo e l’indipendenza dalla famiglia di origine. Con il termine adolescenza prolungata, facciamo invece riferimento ad una condizione dove l’elaborazione dei processi evolutivi propri della fase adolescenziale è stata rimandata.
In questi giovani possono essere presenti atteggiamenti adultomorfi, come una precoce emancipazione dal nucleo familiare o un’enfasi posta sulla libertà sessuale. Tuttavia, ad una attenta analisi, tali atteggiamenti rivelano situazioni di alienazione o di rottura con le figure genitoriali dovute alla mancata elaborazione dei conflitti edipici e pre-edipici. Un’analoga considerazione riguarda la presunta libertà sessuale, fenomeno oramai diffuso tra i giovani, che ha ben poco a che vedere con la “genitalità” intesa in senso evolutivo, concepibile solo in termini di identificazioni e cambiamenti interiori.
L’Io dell’adolescente ha evitato il conflitto a partire dalla prima adolescenza e non è riuscito a realizzare quel distacco che porta poi al graduale cambiamento delle relazioni oggettuali e all’interiorizzazione definitiva delle imago genitoriali modificate in base ai nuovi processi identificatori.
Ma cerchiamo di capire, di nuovo, cosa è avvenuto a livello edipico. La letteratura psicoanalitica descrive spesso, nelle situazioni di adolescenza prolungata, una costellazione familiare infantile particolare, caratterizzata da genitori che considerano i figli come prolungamento narcisistico di sè, e dall’interiorizzazione di una madre idealizzata, che permane strutturalmente nel sé idealizzato del bambino. Si tratta di situazioni in cui i figli hanno abbandonato presto la competizione con il padre o meglio con il principio, la funzione paterna, caratterizzate dalla tendenza a rimanere nella passività mentre la rivolta adolescenziale, quando compare, si dirige contro la madre perché è con questa che è avvenuta principalmente l’identificazione.
Con l’avvento della pubertà questa condizione si traduce in una crisi di identità sessuale, dove l’evitamento del conflitto e il mantenimento di un atteggiamento di possibilità illimitate, richiama l’onnipotenza infantile e la bisessualità che non viene mai abbandonata.
E’ frequente osservare nell’infanzia di tali adolescenti come i genitori avevano creato un ruolo immaginario del bambino destinato a grandi cose, alimentando fantasie narcisistiche sulla realtà. Sono frequentemente riscontrabili atteggiamenti che trascurano l’importanza dei fallimenti, delle frustrazioni e dei limiti del bambino (Blos, 1979). Il bambino riesce a trovare sempre una via d’uscita dalla tensione conflittuale, attraverso la ricerca incessante di gratificazioni esterne, la strumentalizzazione affettiva, o attraverso difese che lo conducono all’autoesaltazione e alla negazione della realtà.
In adolescenza, le frustrazioni continuano ad essere neutralizzate da ipercompensazioni narcisistiche, da un nutrimento prontamente fornito dall’esterno. Il pensiero magico e la fantasia sostituiscono la padronanza e le realizzazioni che sembrano essere cercate attraverso pseudo-azioni che in realtà conducono a sforzi abortivi per trasformare le fantasie infantili in attività adulte. Le restrizioni che l’Io subisce non vengono vissute come modalità egodistoniche, ma adattive. Questo funzionamento mentale che può essere mantenuto solo transitoriamente in adolescenza, può nella condizione dell’adolescenza protratta, cedere il passo ad uno stato più organizzato e rigido.
Nella tarda adolescenza questa condizione si manifesta in un’apparente mancanza di conflitto, rimasto quasi completamente inconsapevole all’individuo, in una superficiale rassicurazione data dalla condizione di inconcludenza mentre i compiti evolutivi e le scelte definitive vengono rimandati. L’apprensione del soggetto aumenta quando si accorge di non essere all’altezza delle esagerate aspettative che ha di se stesso ed emergono vissuti di disperazione narcisistica, disforia, vuoto interiore e vergogna di sé.
Allora lasciare aperta la crisi adolescenziale può essere funzionale a mantenere l’illusione infantile ed evitare che il mondo esterno alla famiglia non riconosca il ruolo che il figlio ha cercato di impersonare fino ad allora (Blos, 1979). L’autostima e il senso di identità sono prevalentemente dipendenti dall’esterno, così di fronte alla minaccia ed all’impoverimento narcisistico questi adolescenti preferiscono continuare a vivere secondo le vecchie imago genitoriali.
Si tratta di un vero e proprio arresto evolutivo in cui non è possibile nessuna progressione in quanto implicherebbe la perdita dell’oggetto, e nessuna regressione, avvertita come minaccia di morte psichica, di un ritorno all’indifferenziazione. Quando la situazione edipica viene riattualizzata, l’adolescente non realizza quel “sano” conflitto con l’autorità genitoriale, la cui risoluzione è passaggio obbligato verso un’identità genitale più compiuta.
L’elaborazione dei fantasmi di parricidio e matricidio è impedita, e con essa “la possibilità di prendere qualcosa di psicologico dal genitore dello stesso sesso, nel senso di una trasmissione di qualità psicologiche da una generazione all’altra” (Mangini, 2001, 57).
In particolare Blos (1979), riprendendo le considerazioni freudiane, individua proprio nella situazione edipica negativa vissuta in adolescenza (amore omosessuale per il padre), il momento fondamentale in cui il ragazzo, a causa di timori di passività nei confronti della figura paterna, reinteriorizza attraverso l’Ideale dell’Io, quegli aspetti ideali inizialmente proiettati sui genitori che gli permettono poi di far propri quei valori e principi paterni aprendo una via verso l’identità adulta.
La funzione paterna non può essere quindi meramente superegoica, ma deve avere anche in sé una valenza di affidabile principio guida, di un’aspettativa ottimistica rispetto al mondo degli adulti caratterizzato non solo dal dolore della perdita e dalle frustrazioni della realtà, ma anche da nuove opportunità di soddisfacimento dei desideri e da aspettative di vita migliori. Tali osservazioni riportano in primo piano il ruolo fondamentale che il principio paterno svolge per il funzionamento psichico dell’adolescente.
La “legge” del padre è direttamente collegata alla realtà, al riconoscimento dei limiti, alla tolleranza della frustrazione e della tensione attraverso il pensiero, e in generale alla stabilizzazione della struttura psichica attraverso la formazione di confini psichici differenziati. In termini di istanze psichiche si fa riferimento alla formazione di un Super-Io ben strutturato e in sintonia con un Ideale dell’Io evoluto, che consentano all’Io di riconoscere i propri limiti ma anche le proprie capacità e di costruire su queste delle aspirazioni realistiche, godendo di quell’invisibile convinzione di adeguatezza personale e di fiducia nel mondo esterno.
La condizione dell’adolescenza prolungata è spesso associata in letteratura ad una funzione paterna carente, in luogo della quale, e non a caso, è riscontrabile una iper-presenza della funzione materna. Questo dato trova peraltro riscontro nelle modificazioni sociali e familiari degli ultimi decenni che hanno visto la perdita della centralità del padre, affiancata da una figura materna che tende a trattenere i propri figli vicino a sé il più a lungo possibile.
Nell’adolescenza prolungata spesso assistiamo alla presenza di un Super-Io poco strutturato, alimentato masochisticamente da un Ideale dell’Io tirannico che lo spinge a svalutare l’Io ed esigere sempre di più da questo in nome dell’Ideale.
L’Ideale dell’Io, in questi casi, tenta di aggrapparsi in tutti i modi agli oggetti infantili da cui il soggetto cerca di staccarsi, a causa della ambivalenza nei loro confronti e dei fallimenti delle interiorizzazioni precoci (Jeammet, 1999).

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