di Francesca Orlando
Domenica 21 Febbraio 2010 14:34

La relazione madre-bambino prospetta alla madre una riorganizzazione fisica e psichica che non trova eguali in altri eventi del ciclo vitale.
Quella che Stern chiama ‘costellazione materna’ comporta un nuovo codice comportamentale che porta la madre a uscire dal proprio complesso edipico per entrare, per un periodo non ben definito, lungo un percorso di fondamentale crescita psichica individuale e relazionale.
Prima ancora che col bambino, infatti, la madre torna a relazionarsi, in modo del tutto esclusivo, con la propria madre e a fare suoi atteggiamenti e comportamenti che proprio la maternità impone di assumere.

Sia durante la gravidanza che soprattutto dopo la nascita, la madre sperimenta un profondo riallineamento con le attitudini materne: interessi e preoccupazioni sono ora rivolte più alla madre che al padre, più al marito in quanto padre di suo figlio che come uomo e amante, più al bambino che a qualsiasi altra cosa.
Restano centrali, dunque, le questioni legate al complesso edipico femminile positivo per cui si è stabilita l’identificazione della madre con la propria madre, fatto questo che ha permesso così alla giovane donna di diventare, a sua volta, madre.
Nello scenario delle teorie psicologiche, prenderò – in breve la concezione psicoanalitica che mette in luce la relazione madre-bambino, secondo il punto di vista di M. Klein, D. Winnicott e J. Bowlby.
Per M. Klein, la relazione madre-bambino si instaura a partire dalle primissime esperienze del neonato.
Il mondo del bambino è rappresentato dalle percezioni interne e dai suoi bisogni che sono essenzialmente di tipo orale e così anche la sua produzione mentale riflette un tale stato percettivo. Nella misura in cui vengono soddisfatti i suoi bisogni, il bambino stabilisce buoni rapporti con la madre che viene vissuta, come oggetto parziale, in seno buono, mentre la presenza di frustrazioni orali la fanno percepire come negativo il rapporto e la percezione dell’oggetto parziale (seno cattivo). L’ambivalenza del rapporto con la madre definisce l’instaurarsi nel bambino di un Super Io molto precoce.
Affinché il bambino possa elaborare in senso costruttivo la posizione in cui si trova (posizione schizoparanoide) è necessario che le esperienze buone prevalgano su quelle cattive, in modo che si determini la fiducia nella persistenza della bontà d’oggetto.
Ma può, anche, capitare che, pur essendo buone le esperienze ambientali, intervengano sentimenti interni a ostacolare il normale processo evolutivo. Il bambino sarà animato da forti sentimenti di invidia per cui vorrà possedere le qualità dell’oggetto amato: il seno è infatti fonte di gratificazione e oggetto di gratitudine, ma anche oggetto di invidia perché il bambino constata che il nutrimento non risiede in sé ma all’esterno, ed egli vorrebbe possederlo interamente.
Se l’invidia è eccessiva ostacolerà la possibilità di assimilare la bontà dell’oggetto e quindi di far nascere la gratitudine che libera dal risentimento e dall’invidia stessa.
Viceversa, se l’invidia non è eccessiva e le condizioni ambientali sono pure favorevoli, l’Io del bambino si identificherà con l’oggetto buono acquistando forza e capacità di far fronte all’angoscia senza meccanismi di difesa eccessivi o violenti, in modo da essere poi in grado di tollerare ogni tipo di frustrazione come parte di sé senza doverla necessariamente proiettarla all’esterno.
Quando il bambino comincia a concepire l’oggetto madre nella sua interezza (3 mesi d’età), si produce un nuovo cambiamento non solo nel rapporto madre-bambino ma anche nella sua percezione del mondo (pulsione epistemofilica). Il bambino diventa così consapevole del legame che unisce la madre col padre (coppia combinata) ma anche di quello che esso comporta. Entrambi i genitori sono vissuti come nemici dal bambino poiché la madre non offre più le gratificazioni di una volta che invece ora sembra riservare solo al padre.
In questo periodo, il bambino sente di nutrire emozioni ambivalenti nei confronti della madre, oggetto intero buono ma anche cattivo, ma ciò comporta in lui la consapevolezza della propria dipendenza e incompletezza. La sua angoscia è ora caratterizzata dal fatto che gli impulsi distruttivi possano distruggere l’oggetto che ama e dal quale dipende.
Il superamento di questa posizione (depressiva) comporta l’accettazione di sé. Se è troppo dolorosa il bambino regredisce a quella precedente. Se invece la posizione depressiva viene elaborata e con essa le ripetute esperienze di lutto e riparazione, l’Io del bambino si arricchisce interiormente: egli sarà quindi in grado di accettare e rispettare le persone come diverse e separate le une dalle altre, di riconoscere i propri impulsi e accettare le proprie colpe.
Secondo la teoria di Winnicott, la relazione con la madre viene analizzata nello studio della loro simbiosi.
Già durante il periodo della gravidanza, e soprattutto durante le ultime due settimane, si verifica un graduale cambiamento nella madre che diventa sempre più pronta all’incontro con il suo bambino, verso uno stato di grande sensibilità che l’autore chiama “preoccupazione materna primaria”, che le permette di essere l’unica persona adatta a prendersi cura del piccolo e a presentargli il mondo in una forma che abbia senso per lui.
Durante questa prima fase, la madre e il bambino si scambiano i ruoli, vivendo un’esperienza basata sul contatto senza azione (identificazione primaria).
Durante tutto il periodo successivo alla nascita, la madre è in grado di esercitare il modo del tutto naturale un ascolto attivo del bambino senza sostituirsi totalmente a lui nell’interazione con l’ambiente né esponendolo a stimolazioni ambientali eccessive che il piccolo non sarebbe altrimenti in grado di gestire: in questo senso la madre viene definita sufficientemente buona.
Winnicott riconosce una grande importanza al tenere in braccio come prototipo del prendersi cura (holding, contenere). Il contenimento consente al bambino il processo di integrazione che è la base per la nascita psicologica: tutti i frammenti dell’esperienza sensoriale e le parti dell’attività si riuniscono nel bambino, dandogli la possibilità di essere e ponendo le basi per ciò che diviene gradualmente l’esperienza di sé.
Il bambino può quindi sentirsi reale, imparare a distinguere tra sé e l’altro, quindi esistere.
L’holding, messo in atto dal corpo della madre, fornisce al bambino – che ancora non lo possiede – quello che gli psicoanalisti definiscono un “Io Ausiliario” che lo contiene e lo delimita molto precocemente, facendolo esistere e permettendo un insediamento più maturo della psiche nel corpo. Se in un primo momento, il bambino vive nello spazio riservato con la madre, in seguito viene a conoscenza del mondo allargato e da questo si lascia scoprire perché ormai in grado di accogliere e fronteggiare quanto quest’ultimo potrà riservargli.
Nell’entrare in contatto con qualcuno, infatti, la prima struttura che conosciamo è la pelle che, delimitandolo dall’ambiente esterno, lo avvolge e lo difende da tutto ciò che è esteriore. La pelle assurge a linea di confine tra sé e il mondo, e a spazio entro cui agiscono le forze del disagio psicologico.
Carezze e palpeggiamenti, aiutano fin dalla nascita lo svilupparsi di attività quali la respirazione, la vicinanza, le difese immunitarie, la socievolezza, il senso di sicurezza.
Il tatto è ontogeneticamente e filogeneticamente il primo dei sensi che si va a sviluppare durante la gestazione, è il primo arcaico passo della differenziazione del feto rispetto alla madre, che si distingue da essa come altro da Sè. Attraverso la pelle, il bambino comunica con la madre sia durante la gestazione sia durante l’esperienza del parto.
Questo stesso tatto aiuta il bambino a venire al mondo attraverso le naturali stimolazioni materne del contenimento, dell’abbraccio, dell’allattamento attraverso cui il corpo comincia a entrare in funzione e ad autoregolarsi.
Il contatto corporeo è infatti un’importante necessità affinché si consolidi il rapporto madre – bambino, e va a determinare quello che Winnicott chiama “sviluppo emotivo primario” e che definirà lo sviluppo normale o patologico del bambino.
Alla nascita, il bambino è un essere immaturo, frustrato e in costante senso di impensabile angoscia, presente ma ancora non in grado di essere elaborata, elicitata dall’ambiente che non gratifica i bisogni del bambino e che, almeno per i primi tempi, viene gestita attraverso e funzioni materne.
In questa condizione di non integrazione la madre provvede completamente a lui, identificandovisi al punto da soddisfare ogni sua richiesta di bisogno: una madre sufficientemente buona che dona al figlio, in misura adeguata, la gratificazione e la frustrazione necessarie.
Lo stato primario di integrazione, quale aspetto fondamentale dello sviluppo emotivo primario, si costruisce dai primi mesi di vita, a partire principalmente dalle cure materne e in particolare dall’holding (dall’inglese, abbracciare, contenere), dal tenere in braccio e dunque dalla funzione ambientale del sostegno. Attraverso l’holding si innesterebbe, in seguito, la tendenza verso l’acquisizione del senso di esistere, del sé unitario che solo le cure materne potranno attuare.
Tutti gli insuccessi che si verificano nelle primissime fasi della relazione materna possono determinare, nel piccolo, reazioni distruttive che, se ripetute più volte, mettono in funzione un modello di frammentazione dell’essere.
Madri incapaci di tenere in braccio il proprio bimbo, timorose che questa creaturina possa frantumarsi nelle loro braccia, madri a disagio con se stesse e verso gli altri, che non sentono il bisogno di accudire il piccolo che piange disperato nella culla, tutte queste donne producono nel bambino una profonda e pericolosa angoscia di frammentazione, di disorientamento, di assenza di relazione col corpo, tutte angosce che richiamano i colori della follia.
I conflitti psicologici inconsci legati alla relazione madre-bambino e alla tematica della dipendenza, si esprimono in bisogni infantili di dipendenza non soddisfatti, per cui si attivano una serie di disturbi fisici che interessano l’involucro della psiche: la pelle.
Secondo l’opinione di altri autori (Michaels, Deutsch e altri), contemporaneamente alla rimozione delle emozioni, si stabilisce una regressione fisiologica a modalità precoci di funzionamento. Le funzioni fisiologiche patologiche dei pazienti psicosomatici assomiglierebbero alle risposte fisiologiche della prima infanzia e fanciullezza. La mancanza delle cure materne rinforzerebbe, quindi, un modello fisiologico determinato costituzionalmente che si riattiverebbe, nel paziente psicosomatico, in seguito alla presenza di eventi di un certo spessore emotivo.
Un ambiente particolarmente carente dal punto di vista psicologico e svantaggiato dal punto di vista sociale facilita lo sviluppo di una serie di comportamenti disadattativi legati ai disturbi della regolazione madre-bambino nelle prime fasi dell’esistenza. Il dondolamento, il ruminamento, il mericismo, le dermatiti sono tutte espressioni fisiologiche difensive, l’inverso degli oggetti transizionali, che proteggono il bambino dall’impatto della perdita improvvisa dell’oggetto materno. È come se attraverso questi comportamenti, il bambino compensasse «la perdita delle sensazioni associate alle esperienze corporee precoci vissute con la madre» (Taylor, 1993, 147).
Quindi, solo se le condizioni sono favorevoli, con una madre sufficientemente buona, ma non perfetta quindi, il bambino stabilisce l’unità dell’essere e la continuità dell’esistenza come basi della costituzione dell’Io e della sua forza.
La consapevolezza del Sè del bambino si acquisisce, inoltre, attraverso la personalizzazione, che consiste nel sentire la propria persona nel proprio corpo (handing: manipolare).
L’handing è il mezzo attraverso cui il bambino comincia a sentirsi, a concepirsi come qualcosa separato dall’altro, anche se in una maniera non ben ancora definita. L’handing facilita la pelle a divenire il confine tra sé e l’altro, agevolando l’insediamento della psiche nel soma, attraverso le esperienze motorie, sensoriali e funzionali.
Da questo momento il neonato acquisisce informazioni, apprende e comunica attraverso la pelle; solo se i messaggi tattili ricevuti saranno gratificanti, allora lo sviluppo del bambino proseguirà senza alcuna difficoltà.
Senza una capacità dell’holding e una manipolazione attiva e responsiva è difficile, se non impossibile, l’istituirsi dello stato dell’essere e quindi la conquista del pensare e del sentire.
Sentirsi unito e definito attraverso la pelle permette al bambino di avere un rapporto più intimo con il suo corpo, rafforzando il legame tra psiche e soma, tra corpo e mente.
Una madre sufficientemente buona deve concedere al figlio l’onnipotenza di credere al suo pensiero magico ma deve essere anche capace di disilludere, a poco a poco, il suo bambino che dovrà rendersi conto di non aver creato l’oggetto desiderato.
Favorire la disillusione nel bambino è un importante compito materno che consente il passaggio dall’area di illusione all’area dell’oggetto transizionale tra il Sé e la madre, tra l’interno e l’esterno. Favorire la disillusione permette al bambino di capire che anche la madre non è onnipotente e che non è possibile soddisfarlo sempre nelle sue richieste, laddove egli, intrappolato nella sua onnipotenza, non riesca a fare da sé. Favorire la disillusione aiuta il bambino ad acquistare il senso dell’oggettività, della realtà, lontano dalla propria onnipotenza narcisistica.
È proprio da questo contatto precoce che potranno, in seguito, derivare quelle sinergie fatte di tempi, di ritmo, di esperienze che permetteranno a entrambi di adattarsi reciprocamente ed adattare l’ambiente a loro stessi.
Rispetto alla teoria della pulsione secondaria secondo cui l’attaccamento risulta dalla soddisfazione dei bisogni fisiologici (S Freud e A. Freud), rispetto alla teoria della suzione primaria dell’oggetto, secondo cui il bambino di attacca alla madre in virtù della tendenza innata a entrare in rapporto col seno materno e quindi a possederlo, così come a quella per cui i bambini desidererebbero tornare nella condizione originaria prenatale (M. Klein), rispetto alla teoria dell’aggrappamento primario secondo cui il bambino ha la tendenza innata a entrare in contatto e ad attaccarsi all’essere umano, indipendentemente dalla soddisfazione dei bisogni primari e secondari (teorie etologiche, comportamentiste, A. Balint e I. Hermann), Bowlby elaborò la teoria dell’attaccamento che ancora oggi costituisce il fondamento principale per studiare la relazione madre-bambino.
Concepito come una teoria spaziale, per cui quando si è vicini alla persona che si ama ci si sente bene (bisogno di vicinanza) mentre quando ci si distacca si diventa ansiosi (risposta di protesta), l’attaccamento per Bowlby è la capacità di ottenere e mantenere la vicinanza a un’altra persona differenziata o preferita e la sua funzione biologica è quella di proteggere il piccolo, compito determinante per la sopravvivenza quanto la nutrizione e la riproduzione (si vedano gli studi con le scimmiette di Harlow, 1966)
La madre costituisce per il bambino l’equivalente della madre-ambiente di Winnicott (effetto “base sicura”), creando in tal modo una particolare atmosfera per il bambino in cui esperirà il piacere della curiosità e dell’esplorazione dell’ambiente circostante nel raggio della presenza materna; quando egli supererà tale linea di condizione (linea Maginot), sentirà il bisogno di tornare alla fonte della sua sicurezza (la madre) per non sentir crescere più dentro di sé l’angoscia d’abbandono.
In linea con le teoria winnicottiane, Bowlby evidenzia come non siano solo i bambini ad avere innata la tendenza a comportarsi in maniera speciale verso la madre, ma lo sia anche per le madri verso i loro piccoli; infatti, come le peculiarità di un bambino possono influenzare il comportamento della madre verso di lui, così le caratteristiche materne possono influire sulle risposte del bambino. La madre contribuisce però alla situazione in una maniera piuttosto complessa che deriva non solo dalle sue caratteristiche innate, ma da una lunga storia di rapporti interpersonali entro la famiglia di origine e dal prolungato assorbimento dei valori e delle abitudini della sua cultura.
Secondo l’autore, le personalità ben adattate hanno ricevuto una solida base familiare nel corso dello sviluppo da cui il bambino prima, l’adolescente e l’adulto poi si allontana per una serie di esplorazioni sempre più lunghe.
Una buona base familiare andrà a costituire le basi per la costituzione dei modelli rappresentativi della figura di attaccamento o di sé, che cominciano a crearsi durante l’infanzia e l’adolescenza e che tenderanno a persistere in modo immutato per tutta la vita.
Vi sarà così la tendenza ad assimilare ogni nuova persona, con cui è possibile un legame, a un modello preesistente (di uno o di entrambi i genitori) e la tendenza a ripetere tale confronto/identificazione nonostante ripetute prove dimostrino l’inadeguatezza del modello.
Allo stesso modo, il terapeuta rappresenterà – nel gioco delle relazioni transferali – l’oggetto interno genitoriale che stabilirà col paziente un importante legame di attaccamento.

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