di Tullia Cianchelli

Se è vero che già in “Ricordare, ripetere, rielaborare”[1] Freud accenna agli inevitabili ma transitori aggravamenti che il paziente ciclicamente sperimenta nel corso del trattamento, è soltanto nel “Caso clinico dell’uomo dei lupi” del 1914 che le sue parole suonano così affini a quella che otto anni più tardi con “L’Io e l’Es” sarebbe stata definitivamente descritta come “reazione terapeutica negativa”.

In quel frangente, nel descrivere alcuni episodi tratti dall’infanzia del paziente Freud scrive “(…) né manifestava mai un’idea nuova se prima non faceva un ultimo tentativo di avvinghiarsi a quanto aveva ormai perso valore per lui. (…) Seguitava a comportarsi in questa stessa maniera anche durante il trattamento analitico, dimostrando di avere delle “reazioni negative” transitorie. Ogni volta che un dato elemento risultava perfettamente chiarito, egli cercava di opporsi per qualche tempo mediante una recrudescenza del sintomo risolto. Lo stesso contegno si osserva generalmente nei bambini di fronte alle proibizioni. Se sono stati rimproverati di qualche cosa (..) ripetono un’ultima volta l’azione proibita prima di smettere. In questo modo si creano l’illusione di aver smesso di spontanea volontà, trasgredendo il divieto.”

È nota inoltre la grande attenzione critica che Freud riservò agli “esempi” illustri della letteratura, a testimonianza di un amore per l’arte fine e competente, da cui traeva “materiale” particolarmente propizio e rivelatore della psicologia del profondo.

Acuto conoscitore delle opere di Shakespeare, Ibsen e Dostojevski, nell’articolo del 1916 dal titolo “Alcuni tipi di carattere tratti dal lavoro analitico”, egli tratteggia alcuni peculiari tratti di carattere riscontrabili in talune categorie di persone, prima e indipendentemente dal fatto che essi si sottopongano ad analisi. In particolare, nel saggio “Coloro che soccombono al successo”, attraverso l’analogia con due personaggi presi in prestito dalla letteratura, creati cioè da poeti che hanno una profonda conoscenza dell’animo umano, la lady Macbeth di Shakespeare e la Rebekka Gamvik del dramma di Ibsen, delinea brillantemente il ritratto di persone il cui insorgere della nevrosi ha avuto luogo non in conseguenza di una privazione, una frustrazione di un soddisfacimento reale, bensì “(…) proprio quando è stato appagato un loro desiderio profondamente radicato e da lungo tempo accarezzato. Si ha davvero l’impressione che non siano in grado di sopportare la gioia che ne consegue, poiché la connessione causale fra successo e malattia risulta inequivocabile”[3]. Lady Macbeth infatti crolla in uno stato di profondo turbamento proprio quando ha ottenuto ciò per cui ha lottato con tanta determinazione: il titolo di regina.

La disillusione che segue l’omicidio di Duncan infatti era stata corroborata dal senso di rimorso, quella coscienza morale rimasta silente fin quando il desiderio era rimasto sul piano della fantasia e della progettazione; ma quando l’aspirazione si concretizza nella realtà, la libido non può agire senza un minimo condizionamento della coscienza morale, annullandone così la possibilità di trarne godimento. “Il lavoro psicoanalitico” dice infatti Freud “ci mostra chiaramente che in questi casi sono determinate forze della coscienza morale che impediscono alla persona di trarre il vantaggio da lungo tempo sperato dal fortunato cambiamento della realtà”.[4]

Sono questi stessi sentimenti di delusione, simili al disgusto, che fanno dire alla protagonista:

“Nulla è ottenuto, tutto è sprecato,

Allorché il nostro desiderio è appagato senza contentezza:

Val meglio essere colui il quale distruggiamo,

Che, per effetto della sua distruzione, vivere in mezzo ad una

Gioia piena di dubbi”[5].

Il gesto di lavarsi continuamente le mani, nel tentativo di cancellare le macchie di sangue, è la manifestazione corporea di una colpa interiore che la donna vorrebbe appunto lavare di dosso, e che al quinto atto le fa dire “Tutti i profumi dell’Arabia non basteranno a rendere odorosa questa piccola mano”[6].
Nello scritto freudiano il senso di colpa inconscio che tormenta Lady Macbeth è intimamente connesso con le vicende edipiche, giacché l’intera tragedia, secondo Freud, è disseminata di riferimenti al rapporto padre-figlio, e lo stesso omicidio di Duncan “..è poco meno che un parricidio”.

Analogamente nell’opera di Ibsen, sarà il biasimo deplorevole dell’incesto a generare nella protagonista una morsa di colpevolezza che le impedirà di godere dei frutti del suo piano criminale (sbarazzarsi della moglie del pastore Rosmer e prenderne il posto accanto all’uomo, così come, molti anni prima, aveva giaciuto nel letto col padre adottivo, ignorando il fatto, secondo Freud solo consciamente, che si trattasse in realtà del suo vero padre, di cui era figlia illegittima). La donna cioè “era sotto il domino del complesso edipico anche se non sapeva che questa fantasia universale, nel suo caso, era divenuta una realtà”[7].

Se dunque la reazione terapeutica negativa corrisponde ad un aggravamento brutale dei sintomi proprio quando l’analisi sembra aver varcato le soglie più decisive e tutto faceva pensare a un miglioramento e alla possibilità di una fine soddisfacente del trattamento, in altre parole il paziente reagisce male al progresso della cura, è chiaro come in questi scritti antecedenti si vengano delineando le prime formulazioni di quei fenomeni di impasse nello svolgersi del processo analitico (col rischio di interruzioni o analisi interminabili) che la clinica contemporanea conosce molto bene.

Ma è solo nel ’22, con “L’Io e l’Es”, che Freud conferisce uno statuto teorico a questo particolare tipo di resistenza. Scrive infatti “Vi sono persone che si comportano nel lavoro analitico in modo molto strano. Se viene data loro speranza o se viene manifestata soddisfazione per lo stato del trattamento, appaiono deluse e, di regola, il loro stato di salute peggiora. Inizialmente ciò viene considerato come ostinazione e sforzo di testimoniare al medico la propria superiorità. In seguito si giunge a un’interpretazione più profonda e più corretta. Ci si convince che queste persone non solo non sopportano alcuna lode o riconoscimento, ma reagiscono in modo contrario ai progressi della cura. (…) Durante la cura si aggravano invece di migliorare. Essi mostrano la cosiddetta reazione terapeutica negativa”.[8] E prosegue dicendo “Non v’è dubbio che in questi pazienti qualcosa si oppone alla guarigione, il cui avvicinarsi è sentito come un pericolo. Si dice che in tali persone abbia il sopravvento non la volontà di guarigione, ma il bisogno della malattia. Se si analizza questa resistenza in modo tradizionale, se si mette da parte la posizione di sfida nei confronti del medico, la fissazione alle forme in cui si manifesta il vantaggio della malattia, resta ancora la maggior parte della resistenza e si rivela il più forte ostacolo alla guarigione: più forte di quelli da noi già conosciuti, quali l’inaccessibilità narcisista, l’atteggiamento negativo nei confronti del medico, e l’attaccamento al vantaggio della malattia.

Si giunge infine alla comprensione che si tratta di un fattore per così dire ‘morale’, di un senso di colpa, che trova il proprio soddisfacimento nell’essere malato e che non vuole rinunciare alla pena della sofferenza. (..) E’ anche particolarmente difficile convincere il malato che questo sia il motivo del suo rimanere malato. Egli si fermerà alla spiegazione, più a portata di mano, che la cura analitica non sia il giusto metodo per aiutarlo”.[9]

È proprio siffatta qualità inconscia che rende tale manifestazione tanto insidiosa quanto difficilmente risanabile, laddove, in una nota a piè di pagina, Freud chiarisce che le maggiori possibilità di successo, altrimenti trascurabili, si hanno nel caso in cui tale assunzione inconscia di colpa celi un passato investimento oggettuale, ovvero sia il risultato dell’identificazione con un antico oggetto d’amore, similmente a quanto avviene nell’affezione melanconica. In tal modo sarà possibile “rendere conscio l’inconscio”.

Dunque, se già nei “Nuovi consigli” del 1913 Freud metteva in guardia gli analisti sugli inevitabili imprevisti del trattamento, la cui evoluzione, una volta messa in moto, può prendere strade inaspettate e difficilmente calcolabili all’inizio della cura, trattandosi di “..un processo estremamente complicato e originato da eventi remotissimi”[10], è soltanto dalla realtà della clinica, dagli intoppi incontrati nella cura, dall’amara constatazione degli insuccessi e dei limiti dell’analisi, che si arriva per così dire alla svolta, per alcuni alla crisi, degli anni 20, che culminerà nel ’37 con l’introduzione dell’istinto di morte, del negativo, delle forze anti-vita.

Nel ’24 infatti con “Il problema economico del masochismo” Freud puntualizza che parlare di “bisogno di punizione” piuttosto che di “senso di colpa inconscio” è generalmente preferibile, giacché un paziente difficilmente accetterà di albergare nel proprio intimo una colpa di cui non ha sentore e che dunque non può riconoscersi; non più soltanto sadismo del SuperIo a genesi del fenomeno dunque, ma masochismo dell’Io che suscita bisogno di punizione, versione egoica della colpa, e sua diretta conseguenza, se, per evitare l’insopportabile carico del dolo, si preferisce il castigo.

“Una nevrosi che ha sfidato ogni sorta di sforzi terapeutici”, dirà Freud, “può magari scomparire quando il soggetto incappa nella situazione penosa di un matrimonio infelice, o quando perde le proprie sostanze, o contrae una pericolosa malattia organica. In questi casi una forma di sofferenza è stata sostituita da un’altra, e vediamo che al soggetto importava unicamente poter conservare un certo grado di sofferenza.”.[11]

Secondo Hetchegoyen[12], tale formulazione sarà ulteriormente illustrata nel ’29 con “Il disagio della civiltà”, dove Freud affermeràche “la tensione fra il severo Super-Io e l’Io che è a lui soggetto si chiama senso di colpa, (e) si manifesta come bisogno di punizione”.[13] È la colpa per essere felice.

La ricerca inconscia della sofferenza non si limita più, quindi, allo scenario sessuale, come ipotizzato precedentemente nel lavoro del 1919 “Un bambino viene picchiato”, ma si estende allo stile esistenziale complessivo dell’individuo, caratterizzandone così motivazioni profonde e comportamenti visibili, secondo la tesi per cui “..perfino l’autodistruzione della persona non può compiersi senza soddisfacimento libidico”[14].

Se dunque i risultati dell’analisi sono talora deludenti, essi risultano addirittura fallimentari laddove entrano in gioco dinamiche masochistiche, che generano un bisogno incoercibile di soffrire, di espiare e di tormentarsi.

Una breve accenno ad un’interessante vignetta clinica tratta da un articolo di Rossella Valdrè[15] può illustrare le dinamiche che sottendono l’adesione pervicace del paziente al sistema masochistico, con esiti logoranti e sterili sul decorso analitico: nel caso in questione una paziente, che dopo notevoli riluttanze era riuscita a divorziare dal marito, un uomo dalla grave personalità narcisistico-sadica che la aveva sottoposta ad ogni genere di incuria ed umiliazioni, al progressivo liberarsi di questa dolorosa sudditanza aveva invece iniziato a provare un profondo senso di turbamento, quasi di smarrimento di identità, durato diversi mesi. Tale penosa condizione, in contrasto coi risultati reali dell’analisi, trovava ragione, a detta della donna, nel fatto di non avere più “un posto” dove stare.

Sempre ad esempio di come il bisogno inconscio di punizione sia implicato in qualunque affezione nevrotica, nella Lezione 32 dell’ “Introduzione alla psicoanalisi”[16], Freud riporta il caso di una sua paziente in cui il fenomeno era a tal punto pressante che, nonostante un analisi ben riuscita l’avesse per così dire “riportata alla vita” (liberandola da tutta una serie di sintomi piuttosto invalidanti, che per anni l’avevano condannata ad un’esistenza marginale e tormentosa), essendosi finalmente aperta alla partecipazione sociale e alla coltivazione di una serie di innati talenti, ed essendosi a quel punto resa conto di essere “troppo vecchia”, anziché ricadere nella malattia, cosa di cui non era più capace, fece in modo di incappare in incidenti di ogni genere. “Cadeva e si slogava un piede, o si feriva un ginocchio, o si faceva male ad una mano durante un’occupazione qualsiasi. Dopo che le fu fatto notare che non era improbabile che lei stessa avesse una parte notevole in questi incidenti apparentemente fortuiti, cambiò per così dire tecnica… leggeri malesseri (catarri, angine, stati influenzali, gonfiori reumatici)…”.

A questo proposito Freud precisa che “Sulla provenienza di questo inconscio bisogno di punizione non è possibile aver dubbi. È un bisogno che si comporta come un pezzo della nostra coscienza morale, come la continuazione di essa nell’inconscio; ha necessariamente la stessa origine della coscienza morale, quindi corrisponderà a una porzione di aggressività che è stata interiorizzata e assunta nel Super-Io”.[17] E poco più avanti ne conclude che “Gli individui in cui questo inconscio senso di colpa è strapotente si rivelano nel trattamento analitico essere quelli con reazione terapeutica negativa, il che crea alla prognosi serie difficoltà”.

In questo senso a Freud va certamente il merito di non aver mai chiuso gli occhi di fronte alle complessità provenienti dall’esperienza clinica, anche quando in discordanza con l’apparato teorico. Già nel 1920, infatti, con “Al di là del principio di piacere” si assiste all’estremo tentativo di risolvere le innumerevoli contraddizioni tra esperienza clinica e teoria pulsionale. In questo lavoro, sarà proprio a partire dal dato clinico della coazione a ripetere, a rinnovare costantemente cioè, da parte di alcuni soggetti nevrotici, situazioni oltremodo penose, del tutto inconciliabili col principio di piacere, e fonte di ostacoli insormontabili per l’analisi, che giungerà a dire che “(..) le manifestazioni della coazione a ripetere… rivelano un alto grado di pulsionalità, e, quando sono in contrasto con il principio di piacere, possono far pensare alla presenza di una forza “demoniaca“”[18].

A dispetto del lavoro analitico infatti, delle interpretazioni che riconducono il masochismo morale al bisogno egoico di punizione, i soggetti, “al di là del principio di piacere”, continuano misteriosamente a soffrire, dato questo che costituirà la matrice della riflessione freudiana sulle pulsioni anti-vita.

È così che, secondo Alexander Lowen[19], il fallimento di Freud dinnanzi alla reazione terapeutica negativa nel caso del masochismo lo porta a formulare il concetto di pulsione di morte, che ribadirà ancora al termine della sua ricerca in “Analisi terminabile e interminabile”, dove, per spiegare la crudeltà del Super-Io e il dolore morale, fa l’ipotesi di un “disimpasto” delle pulsioni di vita (Eros) e di morte (Thanatos). Se infatti l’identificazione con il modello genitoriale, da cui nasce il SuperIo, si farebbe tramite desessualizzazione, diserotizzazione, o ancora sublimazione, ciò avrebbe l’effetto di liberare la pulsione di morte, da cui l’ideale trarrebbe “..il suo carattere rigido e spietato di imperioso dover essere”[20], mentre una restante parte della stessa pulsione, che rimarrebbe slegata dal SuperIo, prenderebbe comunque parte all’accanimento all’autodistruzione, responsabile di tante reazioni terapeutiche negative.

Così Freud propone la trasformazione dell’istinto antagonista all’Eros, l’istinto di morte, come causa del tipo particolare di angoscia che si lega al sentimento di colpa inconscio, inteso come “concentrato”, “cultura pura della pulsione di morte”.

Il carattere a tratti disincantato, a tratti pessimista, dell’opera del ’37 non lascia adito a false illusioni circa il trattamento di tali impedimenti allo svolgersi della cura analitica, ma saranno gli echi di due articoli comparsi nel ’36, rispettivamente di Joan Riviere, fervida sostenitrice delle idee kleiniane, e di Karen Horney nell’ambito della psicoanalisi interpersonale, a dare avvio a nuovi itinerari e vie della cura che giungeranno fino ai giorni nostri.

Se la Klein infatti è la psicoanalista che più di ogni altro ha accettato la teoria freudiana del dualismo pulsionale, collegando direttamente sul piano clinico l’ipotesi della pulsione di morte all’angoscia, e facendone, insieme all’istinto di vita, una delle grandi agenzie generatrici di simboli (in particolare di oggetti buoni e oggetti cattivi), la Riviere, sull’impronta teorica della sua maestra secondo cui fenomeni di reazione terapeutica negativa sono da ricollegare a difese da angosce intollerabili, prima persecutorie e poi depressive, relative alle primissime fasi dello sviluppo, ne traccia tuttavia una descrizione originale e dalla straordinaria validità clinica.

In particolare la Riviere, a partire dall’analisi delle gravi nevrosi di carattere, trae spunto dal famoso saggio di Abraham del 1919, “Una forma particolare di resistenza al metodo psicoanalitico[21]”, in cui l’autore si concentra sulla particolare refrattarietà di certi pazienti a ritenersi tali, i quali disconoscono costantemente la figura dell’analista a causa della rivalità competitiva con quest’ultimo, mentre altri fattori, quali narcisismo e invidia, sollecitano ulteriormente lo sviluppo di questo tipo di reazione.

A proposito della descrizione fatta da Abraham, la Riviere scrive: “Egli ci dice che tali analisi sono molto lunghe e che in nessuno di questi casi ha ottenuto una guarigione completa della nevrosi (…) i pazienti dimostrano un’incapacità cronica, e non soltanto occasionale di fare libere associazioni, poiché essi mantengono un flusso stabile di materiale accuratamente scelto e programmato, volto a ingannare l’analista rispetto alla sua qualità di ‘libertà’; essi comunicano spontaneamente di sé unicamente quanto ritengono buono; sono molto sensibili e facilmente mortificabili; non accettano alcunché di nuovo, nulla che essi stessi non abbiano già detto; trasformano l’analisi in una situazione gradevole, non sviluppando un vero transfert positivo ed espropriando l’analista della sua posizione… Sotto una maschera di garbata cortesia e di razionalizzazione essi sono di fatto molto sgarbati, si compiacciono di loro stessi e sono provocatori. Abraham illustra come queste caratteristiche siano collegate all’onnipotenza anale, e sottolinea in particolar modo la maschera di condiscendenza (..) ben più difficile da affrontare che non l’aperto transfert negativo”.[22]

Nella visione della Riviere tuttavia, tali elementi clinici, tipici di una resistenza narcisistica nell’ambito di una reazione terapeutica negativa (che, conformemente alla Horney e diversamente da Freud, non ritiene uno scoglio insuperabile per l’analisi), segnalerebbero una situazione interna particolarmente vulnerabile in cui l’angoscia provata dinnanzi alla soglia depressiva si fa a tal punto drammatica da mobilitare al massimo la difesa maniacale con tutto il suo corredo di sistema difensivo altamente organizzato, dalla negazione della dipendenza all’onnipotenza, dalla svalutazione al trionfo sull’oggetto.

In altre parole, i fattori individuati da Abraham sarebbero interamente riconducibili alla difesa maniacale, di cui, secondo la Riviere, rappresenterebbero anzi un quadro inconfondibile: dal rifiuto conscio o inconscio di produrre autentiche libere associazioni, al diniego implicito o esplicito di tutto ciò che potrebbe essere disonorevole per loro stessi, al rifiuto di accettare qualsiasi punto di vista alternativo, si assisterebbe all’irriducibile tentativo di non sottomettersi al potere dell’analista.

“La libera associazione”, dichiara la Riviere, “li esporrebbe alla ‘mercé’ dell’analista; l’amore per l’analista, e cioè un transfert positivo, farebbe altrettanto; e lo stesso avverrebbe se ammettessero difetti e debolezze dentro di sé”.[23]

Analogamente si spiega anche la tendenza di questi pazienti a non offrire mai all’analista qualsiasi prova a sostegno delle sue interpretazioni, a non concedere in nessun caso qualsivoglia riconoscimento, sintomo quest’ultimo di quell’onnipotenza anale di cui parla Abraham, ma anche del bisogno di conservare e preservare per sé tutto ciò che abbia un qualche valore, ogni cosa buona.

Al quesito sul perché la difesa conduca in modo così caratteristico ad una reazione terapeutica negativa, la Riviere chiarisce che il desiderio di preservare lo status quo, e dunque di non perdere il controllo e l’equilibrio faticosamente raggiunti nell’ambito di una condizione esistenziale tollerabile (motivo per cui il paziente non finisce l’analisi ma nemmeno la interrompe) non è l’esatta conseguenza di un reale desiderio di non guarire, piuttosto “Il motivo per cui non migliora (..) è che, per quanto egli possa desiderarlo, non crede affatto di poter guarire. Ciò che il paziente realmente si aspetta inconsciamente non è un cambiamento in meglio, bensì un cambiamento in peggio. (..) ciò che questo tipo di paziente in definitiva teme più di tutto.. è il proprio suicidio o la propria pazzia, che egli sente inconsciamente come l’inevitabile risultato dell’emergere delle sue angosce depressive. Queste sono infatti tenute ferme, se non addirittura morte, tramite il suo non muoversi.”[24]

Estremamente toccante, secondo Hanna Segal, è la descrizione, contenuta nel saggio, del mondo interno di questi pazienti alle prese con lo strenuo tentativo di scongiurare la catastrofe depressiva.

Scrive infatti la Riviere “Risultato della posizione depressiva (come ha evidenziato Melanie Klein) è la situazione in cui tutti i propri oggetti d’amore all’interno sono morti e distrutti, ogni bontà è dispersa, perduta, in frammenti, guastata e buttata al vento; nulla resta all’interno, se non un’assoluta desolazione. L’amore comporta dolore, e il dolore genera colpa; l’intollerabile tensione cresce, non c’è via di scampo, si è completamente soli, non c’è nessuno che condivida o che aiuti. (..) Oltre a ciò, non vi sarebbe nessuno che ci nutra, e nessuno da nutrire, e nessun cibo nel mondo. E ancora, ci sarebbe sempre il potere magico degli eterni persecutori che mai possono essere sterminati, i fantasmi. La morte conseguirebbe istantaneamente, e chiunque sceglierebbe di morire di propria mano prima che si potesse realizzare una simile posizione.”[25]

Inoltre, e qui sta forse l’aspetto centrale della sua teorizzazione, per tali pazienti il fatto di ricevere cure attraverso l’analisi è vissuto come un egoistico “raggiro”, un vero e proprio atto di tradimento, a danno di oggetti interni sentiti come distrutti o fortemente deteriorati, e nei confronti dei quali è necessario sacrificarsi fin quando non siano stati riparati. In questo modo l’analista rappresenterà perfettamente colui che, con le sue cure, invita seduttivamente al tradimento, alla diserzione e all’egoismo, colui che cospira insieme a lui nel metterlo di nuovo prima di tutti gli altri, nel trattare come nemici i suoi oggetti d’amore (che molto più di lui meritano aiuto), nel volerli sconfiggere o persino distruggere. In altre parole, se il timore del paziente di essere spinto a forza verso la sua stessa disintegrazione-morte con l’analisi è, al livello paranoide, uno dei principali fattori operanti in questo tipo di casi, al livello depressivo, di gran lunga più penoso, sussiste la convinzione che sia necessario sacrificare se stesso e la sua vita per i suoi oggetti interni (ch’egli ritiene di aver gravemente danneggiato), peggiorando (nonostante l’analisi) la sua condizione psichica.

Come ricorda Fornari infatti, l’angoscia persecutoria è centrata sulla salvezza del sé, minacciato da oggetti cattivi; l’angoscia depressiva è invece centrata sulla salvezza dell’oggetto minacciato da parti cattive del sé, oggetto che, in tal caso, rischia di venir travolto e annientato dalla distruttività dell’Es, lasciando il paziente in uno stato di alienante desolazione.

In aggiunta a tali catastrofi psichiche, l’autrice menziona un’ulteriore paura tipica di questi pazienti (frequentemente riscontrabile nella clinica attuale); si tratta del terrore che, se il paziente venisse realmente guarito dall’analisi, venendo così messo nelle condizioni di portare a termine quella riparazione di cui hanno tanto bisogno tutti coloro che egli ha amato e oltraggiato, allora il compito che gli spetterebbe assumerebbe un peso e un’estensione talmente gravosi da assorbire completamente il suo sé e ogni sua risorsa, “(..) monopolizzerebbe tutti i suoi poteri fisici e mentali fino alla fine, ogni suo pensiero, ogni battito del suo cuore, ogni goccia del suo sangue, ogni istante di tempo, ogni sua proprietà, tutto il suo denaro e ogni traccia di capacità che egli possiede: una schiavitù e un sacrificio di sé così totali da superare ogni immaginazione conscia. Questo è il significato che ha per il paziente la guarigione dal suo punto di vista depressivo inconscio, per cui il suo status quo non modificato in un’analisi che è interminabile diventa chiaramente preferibile a una simile concezione della guarigione, nonostante il fascino grandioso e magnifico che questa, sotto certi aspetti, può esercitare su di lui”.[26]

È evidente a questo punto la straordinaria efficacia clinica del saggio del ’36, ritenuto legittimamente il contributo più importante e originale di Joan Riviere alla teoria e alla pratica psicoanalitica.

In mancanza di un esempio clinico della stessa Riviere, ne citeremo uno tratto dal famoso articolo della Segal “Note sulla formazione del simbolo”, in cui sono ben ravvisabili gli elementi di sfida e controllo maniacale, unitamente alla presenza di oggetti interni danneggiati, nonché il conflitto paradossale evidenziato dalla Riviere tra egoismo manifesto e altruismo inconscio.

La paziente in questione, dopo una serie di sogni simili, ne aveva riferito uno in cui si trovava in una casa il cui tetto si stava disintegrando; malgrado ciò ella non voleva dare importanza a questo fatto dal momento che il suo appartamento era al piano di mezzo. Le associazioni particolarmente utili che la paziente fece avevano a che fare con la proprietà di un appartamento all’interno di una casa a tre piani, il cui proprietario insisteva affinché la donna partecipasse alle spese delle crepe del tetto, cosa che tra l’altro aveva regolarmente accettato firmando un contratto all’atto di compra-vendita. Ella tuttavia non lo riteneva giusto, dal momento che il suo appartamento non era in pericolo; interiormente però si sentiva cattiva nei confronti degli amici che vivevano all’ultimo piano. Quindi osservò che il piano di mezzo doveva essere la sua pancia, cominciando a lamentarsi dei propri disturbi fisici. In questo senso l’attico doveva rappresentare la sua testa, di cui pensava che avrebbe dovuto occuparsi l’analista, e che sentiva in condizioni di sfacelo, mentre gli amici gli oggetti interni, i pensieri e i sentimenti di cui non voleva occuparsi, e verso i quali nutriva sentimenti di colpa.

Nel suo modo di parlare tuttavia l’analista ravvisa “un atteggiamento molto superiore”, che decide di mettere in luce. La donna condivide l’osservazione, ricollegando tale atteggiamento al fatto che “mentre parlava del piano di mezzo, in realtà pensava al ‘piano nobile’ (…) per indicare l’appartenenza alle classi superiori, più elevate”. La Segal ne conclude che “…era il suo narcisismo che le impediva di entrare in rapporto e di prendersi cura degli oggetti interni.

Questo fatto a sua volta sembrava impedirle di simbolizzare e di comunicare. Il dolore alla pancia (il piano di mezzo) era collegato al luogo in cui mi teneva, totalmente controllata e identificata col suo intestino. Se mi avesse integrato nella propria testa, sarebbe diventata consapevole dei propri sentimenti di dipendenza, che viveva come una grave inferiorità. Inoltre il piano di mezzo, che è anche il primo piano, rappresentava sia la sua superiorità che la sua malattia”[27].

Ricordiamo infatti che la Segal, nella “Introduzione all’opera di Melanie Klein”[28] fa notare come la difesa maniacale preveda lo svilimento dell’importanza dell’oggetto tramite i sentimenti di dominio, trionfo e disprezzo. In tal modo il soggetto terrebbe a bada quei sentimenti depressivi che altrimenti insorgerebbero, come lo struggimento, la nostalgia e il senso di mancanza dell’oggetto.

Tornando alla Riviere, è importante ricordare che i toni pessimistici con cui Freud concludeva l’analisi del fenomeno della reazione terapeutica negativa in “Analisi terminabile e interminabile” non sono condivisi dall’autrice britannica per due ordini di ragioni: in primo luogo, se quella della reazione terapeutica negativa fosse realmente una condizione che preclude l’analisi e la rende impossibile, Freud non vi avrebbe dedicato diciotto pagine di “L’Io e l’Es”, pagine che rappresentano invece, secondo la Riviere, un notevole contributo all’analisi di essa, senza considerare inoltre che “…ora la nostra comprensione di tale reazione è stata notevolmente migliorata grazie a Melanie Klein”; in secondo luogo, dalla sua esperienza clinica, Riviere ha potuto constatare come, al di sotto della sfiducia e del

senso di fallimento sempre incombente, sotto strati di disperata incapacità di riparare, questi pazienti preservano un nucleo sepolto d’amore, che spetta all’analista dissotterrare, facendo emergere la colpa che vi è connessa, e con essa un vero transfert positivo, dal momento che “… questo è proprio ciò a cui essi resistono più che a ogni altra cosa, pur sapendo bene come ostentare una sostitutiva ‘finta benevolenza’.”[29]

In tal modo si eviterà l’errore, frequente in questi casi, di interpretare unicamente le pulsioni aggressive e distruttive del paziente[30] (pure presenti e responsabili tra

l’altro della fase positiva che precede la reazione terapeutica negativa, tesa ad eludere l’analisi della depressione sottostante)[31], senza tenere in debito conto anche la sua parte più positiva e sana con i suoi bisogni di autostima.[32]

La valorizzazione data alle parti sane del paziente tuttavia non deve indurre l’analista a trascurare un fattore estremamente importante, che il diniego cioè può essere uno stratagemma in cui egli stesso può incappare nell’affrontare alcuni momenti difficili dell’analisi; se è pur vero infatti che l’analisi dell’aggressività primaria fa notoriamente emergere gravi angosce, l’incoraggiamento e il riconoscimento da parte dell’analista d’altra parte ha talvolta solo la funzione di alleviare tali angosce per mezzo del metodo onnipotente di minimizzare e denegare la realtà depressiva interna, col risultato che il paziente, anziché sviluppare una vera e propria guarigione, può strutturare un sistema difensivo maniacale basato sul diniego della sua malattia e delle sua angosce, dal momento che la situazione depressiva di fallimento non è mai stata portata alla luce. La Riviere si dice convinta di dover ascrivere a tale atteggiamento inconscio degli analisti gran parte dei successi terapeutici degli “anni d’oro” della psicoanalisi.

Siamo dunque ad una svolta rispetto alle conclusioni freudiane: laddove infatti per Freud la fonte primaria della resistenza era il senso di colpa inconscio, per la Riviere la resistenza segnalava una transizione abortita alla posizione depressiva; se per il primo il fine del trattamento analitico era l’autonomia e la cosa importante che il paziente giungesse ad una maggiore conoscenza di sé, per la Riviere, al contrario, il fine ultimo dell’analisi era quello di promuovere la capacità di connessione con l’oggetto interno, mettendo in grado il paziente di reintegrare i sentimenti di odio con quelli dell’amore e della riparazione.

L’articolo di Joan Riviere rappresenta a nostro avviso una fonte di conoscenza ineludibile per l’analista che si confronta oggi più che mai con analisi dal sapore ostico e confuso, ed è questa la ragione per la quale si è scelto di parlarne estesamente, non dimenticando che sulla strada tracciata da questo ed altri lavori (pensiamo a Karen Horney) si apriranno nuovi orizzonti clinici e di ricerca.

L’altro grande lavoro del 1936 è infatti quello di Karen Horney, uscito con il titolo “The problem of the Negative Therapeutic Reaction”[33].

Secondo l’autrice occorre in primo luogo distinguere la reazione terapeutica negativa da un qualsiasi regresso dell’analisi, tanto frequente quanto “fisiologico”, dal momento che prerogativa della reazione negativa non è tanto quella di coincidere con un peggioramento, ma con un peggioramento ingiustificato e inatteso, in altre parole, “paradossale”.

Secondo Etchegoyen si tratta di una precisazione importante che permette di distinguere tra una recrudescenza iscrivibile nella dialettica di progresso e regresso che normalmente contrassegna l’andamento del processo analitico, ed una subentrante nel momento in cui dovrebbe esserci o è avvenuto un progresso. In sostanza “La reazione terapeutica negativa è possibile solo quando si è realizzato un lavoro, quando c’è un risultato positivo”[34].

Ma ciò che risulta fondamentale, secondo l’apporto della Horney, è che lo stesso paziente lo riconosca come tale, sostenendo direttamente la correttezza degli interventi dell’analista, o indirettamente dimostrando di trarne sollievo. Diventa dunque determinante, ai fini di una corretta diagnosi (e qui sta l’aspetto più innovativo della formulazione della Horney), la risposta del paziente all’interpretazione, secondo cui è proprio a partire dal riconoscimento della correttezza dell’intervento, della sua capacità di alleviare la sofferenza del paziente, che quest’ultimo reagirà con un obiezione, una critica distruttiva volta a capovolgere la situazione, annullando così il risultato ottenuto.

“Ciò che prima era un sollievo”, dice Hetchegoyen, “adesso risulta essere uno schifo”.[35] E lo stesso prosegue dicendo “(..) bisogna usare questi termini poco accademici perché in realtà, come segnalò Abraham (1919) il sadismo anale è molto presente in questo tipo di critica distruttiva”.

In un esempio clinico citato dallo stesso Etchegoyen salta agli occhi la pericolosità di tal genere di dinamiche: la paziente in questione non perdeva occasione per congratularsi con l’analista per un intervento fatto all’inizio del trattamento che in realtà era stato un grave errore dello stesso; tuttavia, quando riceveva una buona interpretazione, ricavandone conforto, reagiva istantaneamente protestando energicamente con l’analista, che finalmente aveva detto “una cosa come si deve”, che aveva “aperto bocca per dire qualcosa d’importante”, che avrebbe dovuto giungere a quell’interpretazione già da molto tempo, ecc. Tale commento, tipico di una reazione terapeutica negativa, dal momento che rappresentava il bisogno di svalutare il lavoro analitico proprio quando, a parere della stessa paziente, si era rivelato proficuo, si reiterava con una tale automaticità, quando non vera e propria stereotipia (di cui la paziente rimaneva totalmente inconsapevole), da vanificare in pochi minuti l’insight appena raggiunto.

Nella reazione terapeutica negativa dunque l’interpretazione non è sentita come sbagliata o aggressiva, o legittimamente rifiutata perché contenente un aspetto sgradevole o doloroso agli occhi del paziente (e in tal caso, come raccomandava Freud, occorre concedere il tempo necessario all’elaborazione), ma essa viene in un primo momento riconosciuta come valida, per poi operare in senso contrario.

Hetchegoyen aggiunge che, se pur un bravo analista deve essere pronto a ricevere la critica del paziente, incoraggiandola addirittura, senza inutile masochismo, è pur vero che una critica di tal fatta non può ritenersi costruttiva in quanto cela un attacco invidioso, la cui azione erosiva nei confronti dell’analisi può condurre al fallimento.

Non a caso la Horney dichiara che questo genere di reazioni si ritroverebbero principalmente tra individui la cui personalità presenta una struttura masochistica di tipo particolare, in cui predominano il narcisismo, una sviluppata sensibilità a tutto ciò che potrebbe essere vissuto come un colpo inferto all’autostima, aumentando così il senso di colpa, e la competitività con l’analista. Competitività che porta con sé l’inevitabile corollario per cui negando la validità dell’analista, il paziente crede di eliminare anche la rivalità; inoltre la credenza inconscia che fa da sfondo è che migliorando e diventando più validi, si possa suscitare l’altrui invidia, col rischio dunque di subire rappresaglie per il successo conseguito in quanto trasformatosi proprio in quelle persone verso le quali è diretta la critica distruttiva del paziente stesso.

A questo proposito ricordiamo che, su uno scenario teorico diverso da quello della Horney, la Klein, nel citare le difese contro l’invidia, ne enumera sette tipologie; tra queste la svalutazione dell’oggetto, quella del sé e la repressione dei sentimenti d’amore con l’intensificazione dell’odio, appaiono particolarmente convincenti ai fini del presente argomento.

Nel primo caso la svalutazione porterebbe a situazioni di ingratitudine patologica, per cui non solo viene meno la capacità di provare sentimenti di riconoscenza verso l’oggetto buono, ma anzi, ci si sentirà danneggiati da questo, col risultato che le relazioni (compresa quella analitica) verranno inesorabilmente deteriorate perché, paradossalmente, troppo ricche e quindi, in quanto tali, insostenibili.

Una strategia ribaltata, ma identica nei fini, la si avrebbe invece nel caso in cui ad essere svalutato non sia più l’oggetto, bensì il Sé. La svalutazione di sé non attacca il seno, ma punisce a causa dell’invidia provata verso di esso, inibendo, almeno in prima approssimazione, l’attacco invidioso, ma in sostanza invece rinfocolandolo, in quanto, come fa notare la Klein, la scarsa considerazione di sé scatenerebbe l’effetto di sentire l’altro come ancora più ricco e più capace. “In analisi”, dice la Klein, “ si può tuttavia vedere che la svalutazione stimola di nuovo il senso di invidia verso l’analista, che viene sentito come superiore proprio perché il paziente ha fortemente svalutato se stesso”[36].

Nell’ultimo tipo di difesa, l’invidia (che rappresenta pur sempre la spia di un sentimento d’amore in quanto, per poter invidiare il seno, bisogna inizialmente riconoscere che esso elargisce amore), depurata da ogni traccia di bontà, lascia il posto ad un sentire fatto di distruttività assoluta, diventando così un puro distillato d’odio[37].

Hetchegoyen ci informa che, sebbene la focalizzazione kleiniana sull’invidia sembri confermare una genesi meramente pulsionale dei fenomeni negativi in analisi (anche se la stessa dichiara che la sua ricerca prosegue sulla linea inaugurata da Freud ma alla luce della rivisitazione della Riviere), salta agli occhi che la relazione oggettuale occupi un “posto d’onore” nella sua spiegazione; ciò è di importanza cruciale dal momento che, come sostiene anche la Riviere, interpretando apertamente l’invidia come impulso, la reazione terapeutica negativa è destinata a crescere anziché retrocedere. In realtà, prosegue Hetchegoyen, “bisogna interpretare il sottile collegamento tra una relazione oggettuale narcisistica, l’azione erosiva dell’invidia e il senso di colpa che tutto questo provoca. Se l’analista può coordinare in un’interpretazione questi tre fattori (..) si può cominciare ad aprire una breccia in questa difficile situazione, che si muove sempre con grande lentezza”.[38]

Ad ogni modo, dopo la pubblicazione dei lavori del ’36, il tema della reazione terapeutica negativa ottenne una maggiore attenzione e considerazione da parte degli analisti.

In particolare, secondo la Arrigoni Scortecci, i lavori della Horney e della Riviere saranno i precursori dei successivi contributi su questo tema. Nell’articolo sulla reazione terapeutica negativa comparso sulla Rivista di Psicoanalisi del 1987, ella mette in evidenza come i due articoli abbiano sostanzialmente tre punti in comune:

“1) entrambi tendono ad ampliare il concetto di R.T.N. includendo altri tipi di resistenza (differenti cioè dal sentimento di colpa inconscio) destinati a determinare R.T.N. nel trattamento analitico;

2) entrambi, secondo gli orientamenti tipici di ciascun autrice, spostano comunque verso epoche più precoci l’origine delle paure che rendono inaccettabile ad un individuo l’accoglimento della salute;

3) entrambi considerano non insormontabili, anche se problematiche, le difficoltà connesse con il maneggio di tali reazioni.”[39]

Al termine della sua disamina del concetto di reazione terapeutica negativa, la Arrigoni Scortecci propone delle riflessioni cliniche maturate negli anni a proposito del fenomeno nel suo lavoro con pazienti gravi. Secondo l’autrice, coerentemente con le ipotesi menzionate, le reazioni terapeutiche negative di tali pazienti avevano in comune il fatto inequivocabile di manifestarsi nel momento di un lavoro vissuto come proficuo da ambo le parti, nonché un crescendo di violenza degli attacchi rivolto all’analista da giungere in un caso perfino all’interruzione del trattamento.

L’autrice sottolinea più volte che tale drammatica evenienza non avrebbe presumibilmente avuto luogo se ella avesse affrontato i suddetti momenti critici alla luce delle acquisizioni maturate in seguito sul fenomeno. In particolare, ciò che non le era sufficientemente chiaro era la natura drammaticamente comunicativa delle resistenze, sovente concretizzatesi nella forma di identificazioni proiettive, in perfetto accordo con Pontalis che considera le reazioni terapeutiche negative come il sistema utilizzato da alcuni pazienti per comunicare qualche cosa all’analista che essi non sono in grado di comunicare in altro modo.

Così, le affermazioni di questi di sentirsi ancora ammalati venivano dall’analista considerate o come l’espressione del loro inconscio bisogno di punizione, o come una modalità distruttiva volta ad attaccare il buon rapporto con l’analista, distruttività combinata con una grossa componente invidiosa. Al contrario, secondo l’autrice, con pazienti di questa gravità tali affermazioni andrebbero accolte già come il segnale di un percorso iniziato verso la guarigione.

“Per essi infatti, che stanno tentando di uscire o sono già parzialmente usciti dal bunker del loro autismo, il ‘sentirsi ammalati’ è anzitutto un rilievo per così dire ‘sano’. (..) i pazienti ci comunicano la loro realtà di essere ancora senza pelle, non attrezzati alla vita: se alla luce di questa riflessione si arriva a dire che è ‘più sano’, dal nostro punto di vista, che essi ci dicano di sentirsi gravemente ammalati, l’essere però gravemente ammalati (..) non equivale certo al sentirsi sani e non può promuovere gioia: di qui il loro scontento ed anche il nostro.. (..) Se non si coglie questa verità si è portati però ad andare avanti con l’analisi delle resistenze e delle difese, e ciò determina inevitabilmente risentimento e profonda disillusione e soprattutto dolore.”[40]

Tra i successivi contributi comparsi sulla scia dei lavori del’36, e in contemporanea con quelli di Melanie Klein sull’invidia, Hetchegoyen cita l’opera di Cesio, il quale nel ’56 presenta a Buenos Aires, in occasione dei lavori sulla Reazione terapeutica negativa, un caso in cui l’elemento che attirava l’attenzione era il freddo che provava la paziente durante le sedute, congiuntamente ad un torpore e un sonno che finivano per atrofizzare completamente gli sforzi terapeutici dell’analista. L’aspetto interessante del caso era nella storia clinica di questa paziente, che aveva subito il suicidio del padre all’età di cinque anni, motivo per cui, nell’interpretazione l’analista, il torpore di cui cadeva vittima altro non era che l’esito di un’identificazione inconscia con il cadavere. Più avanti Cesio svilupperà ulteriormente questa tesi, parlando dell’esistenza di oggetti addormentati nell’inconscio dei pazienti che finiscono per sviluppare una reazione terapeutica negativa. Lo stesso torpore contagerà l’analista e l’analisi.

È chiara qui l’adesione di Cesio alla tesi della pulsione di morte, che, secondo l’analista, sarà in parte contenuta all’interno degli oggetti addormentati, in parte racchiusa nell’Io che addormenta gli oggetti. Coerentemente con le tesi esposte dalla Riviere, tale paziente, riporta Hetchegoyen, “(..) morì per un attacco di eclampsia, ma il figlio venne salvato, quasi realizzando il desiderio espresso molte volte dalla donna di dare la vita per il figlio”.[41]

Tra gli autori ad indirizzo kleiniano che prendono le mosse dai lavori di Riviere e Horney, non possiamo dimenticare Rosenfeld, di cui ci occuperemo nel prossimo paragrafo. Basti dire qui che una delle obiezioni rivolte a Freud dalla scuola kleiniana riguardava certamente le lacune derivanti dalla mancanza di teoria forte della pulsione di morte, innestata essenzialmente su un’ipotesi biologistica, e introdotta dallo stesso Freud al termine della sua carriera.

A causa di tale mancanza non fu possibile a Freud riconoscere gli aspetti distruttivi del narcisismo, i cui riverberi sulla dimensione relazionale erano tanto funesti da condurre così frequentemente alla reazione terapeutica negativa. Si deve soprattutto a Rosenfeld il merito di aver contribuito alla comprensione di questi nodi, imprimendo così una svolta alla tecnica del trattamento di tali disturbi[42].

Nel ’79 ebbe luogo a Londra la Terza Conferenza della Federazione Europea dal titolo “New Perspectives on the Negative Therapeutic Reaction”, dove si avverte chiaramente l’influsso dei nuovi stimoli apportati alla ricerca psicoanalitica dalle teorie dello sviluppo di Winnicott e di Margaret Mahler.

Nei lavori presentati infatti, oltre al riconoscimento della necessità di mantenere differenziato tale fenomeno rispetto ad altri tipi di resistenza, forme di negativismo, e transfert negativo, ciò che viene messo in luce è la caratteristica di tale manifestazione di rappresentare all’analista un conflitto acuto centrato sui concetti di progresso e salute, come necessità del mantenimento di uno stato di non integrazione a difesa estrema nei confronti della perdita del Sé.

Le tendenze integrative sarebbero da intendersi qui come catastrofica condizione di irreversibile separatezza.

Scrive infatti Gaddini nell’articolo “Fantasie difensive precoci e processo psicoanalitico”, “(…) l’angoscia di perdita di sé patologica si trova ad essere continuamente alimentata da due opposte direzioni. Per un verso, essa è alimentata dalla precarietà stessa dello stato di non-integrazione (..); nell’infanzia, in condizioni patologiche, l’angoscia contribuisce molto probabilmente all’avvio dei processi d’integrazione, e questi alla sua progressiva riduzione. Per un altro verso, l’angoscia patologica di perdita di sé è alimentata anche dalla tendenza all’integrazione, che implica un temuto riconoscimento della separazione per sempre. L’integrazione, in condizioni patologiche, appare cioè come il passo fatale senza ritorno, il passaggio dalla sopravvivenza, sia pure precaria, alla catastrofe definitiva. (..) Ovviamente è quest’ultima che rappresenta il vero aspetto patologico: essa è più forte dell’angoscia da non-integrazione, ostacola il processo evolutivo naturale, e contribuisce in modo essenziale a mantenere come estrema difesa lo stato di non integrazione. (..) Così, mentre il processo psicoanalitico tende a favorire la naturale tendenza evolutiva, che comporta il passaggio dal bisogno di sopravvivere al desiderio di vivere, la non-integrazione patologica oppone la forza del bisogno, che non consente alcun desiderio, meno che mai quello di vivere, che appare come il pericolo estremo.”[43]

Il senso di catastrofe connesso alla qualità integrativa del vivere, alla sua proprietà divorante e disgregante, ricorda da vicino le tesi della Riviere a proposito della fantasia di una posizione depressiva talmente gravosa da sostenere da rappresentare un pericolo mortale per il Sé; seppure a partire da modelli teorici diversi infatti, è evidente qui la convergenza degli autori sull’anticipazione verso epoche più arcaiche delle fantasie che sottendono la comparsa di una reazione negativa al progresso e alla crescita.

Con la stessa citazione tratta dal brano di Gaddini si conclude il famoso articolo di Limentani dell’ ’81, dal titolo emblematico “Alcuni aspetti positivi della reazione terapeutica negativa”[44].

In esso l’autore, dopo aver passato in rassegna la letteratura sul tema, e aver ricordato come la stessa Conferenza di Londra sancisse definitivamente l’assunzione della reazione terapeutica negativa come uno dei “Concetti psicoanalitici fondamentali”, che dalla definizione originale di Freud aveva subito una serie di importanti sviluppi, propone degli esempi clinici a sostegno della tesi secondo cui la reazione terapeutica negativa sarebbe un tipo particolare di resistenza non del tutto “nefasta”, o, per usare la sua stessa citazione della Spillius, “(..) le reazioni negative, in altre parole, non sono poi tanto negative”.

In particolare Limentani sostiene che essa potrebbe rivelarsi utile in primo luogo nel discernere i casi destinati all’interminabilità, in cui esiste un nucleo non analizzabile, facendo rimettere in discussione la stessa indicazione all’analisi; la reazione terapeutica negativa ricorda inoltre all’analista la necessità di prestare grande attenzione allo stato del transfert, in special modo quando sussiste una fantasia di fusione e la reazione catastrofica scaturisce dalla percezione del pericolo della separazione; e ancora induce il

clinico ad esplorare la natura dell’oggetto narcisistico che si presuppone l’analista stesso rappresenti nel mondo interno del paziente, da cui potrà emergere la presenza di un’invidia dovuta, secondo Limentani, a un’inversione dei ruoli nel transfert.

Nel presentare un suo caso clinico, l’autore è in grado di mostrare come la reazione terapeutica negativa del paziente, che si presentava con gravissimi cicli in risposta ad ogni vero progresso, sia stata molto utile al fine di comprendere il nucleo della sua psicopatologia, il ripetersi cioè dell’esperienza di intenso dolore associato alla separazione dall’oggetto primario.

In seguito a un proficuo lavoro analitico, grazie al quale il paziente era parso istantaneamente sollevato e riconoscente, la seduta successiva al contrario era stata contrassegnata da un’atmosfera di depressione e scoraggiamento, nell’ambito della quale l’uomo non aveva mancato di sottolineare la perdita di tempo che l’analisi rappresentava per lui, unitamente ad una serie di associazioni che conducevano alla fantasia sottostante che la cura equivalesse alla completa liberazione di tutti i suoi sentimenti e della sua aggressività, nonché alla stimolazione dell’invidia negli altri.

In linea con le teorizzazioni di Rosenfeld secondo cui l’organizzazione narcisistica distruttiva attacca e distrugge il Sé libidico dipendente e infantile, in quel frangente il paziente disse anche che accettare le parole dell’analista avrebbe significato per lui tornare ad essere “..un bambino piccolo, talmente dipendente da non poter stare in piedi”, come se “(..) il paziente si facesse portavoce di un Super-Io molto severo che gli ordinava di dimostrarsi indipendente, mentre in realtà si sentiva intensamente attratto verso un’incorporazione e fusione illusoria con l’analista in quanto oggetto primario idealizzato. (..) la sua immediata reazione ostile, intesa ad affermare la sua aspirazione all’indipendenza, rappresentava il modo più sicuro per tornare indietro invece di progredire.”[45] Nella storia del paziente l’esperienza originaria traumatica consisteva nell’aver dovuto sopravvivere ai bruschi cambiamenti di distanza affettiva cui la grave depressione materna lo sottoponeva.

In un altro caso presentato invece, le massicce e ricorrenti reazioni terapeutiche negative del paziente erano scaturite da un commento incoraggiante del suo primo analista, con cui questi sottolineava i notevoli progressi fatti dal paziente stesso nel corso del trattamento. Da quel momento l’uomo era stato preda di spasmi laringei e improvvise contrazioni muscolari che gli rendevano estremamente difficile parlare e che si verificavano soltanto in presenza di un analista. Quando poté essere compreso il significato più profondo di queste manifestazioni, che esprimevano secondo l’autore il desiderio di deridere e attaccare analmente qualsiasi contributo dell’analista, emerse l’intensa sofferenza psichica legata alla separazione, che per il paziente equivaleva all’essere esposto alla minaccia di una catastrofe insostenibile, minaccia da cui si era difeso per tutta la vita. Quella frase del primo analista aveva assunto per lui il significato dell’approssimarsi del termine dell’analisi.

A conclusione dell’articolo Limentani si domanda dunque cosa possa portare l’analista a trascurare a volte il fatto evidente che questi pazienti sono in difficoltà, anziché attribuire le cause delle risposte negative semplicemente a gravi disordini del carattere, o a organizzazioni perverse.

E prosegue dicendo “Quando le difese sono arrivate a limiti intollerabili, alcuni analizzandi reagiscono avvertendoci chiaramente che qualcosa non è stato compresa in tutte le sue implicazioni; oppure che non si è mostrata digeribile; o che non è stata sufficientemente elaborata; o che è talmente dolorosa da obbligarli a rendere ogni cosa vuota e insignificante; oppure che anche la morte può essere preferibile, dato che molto spesso l’analisi rappresenta per loro l’unico legame con la vita. Affermare semplicemente che il paziente non può accettare di crescere, di vivere, o di raggiungere il successo, e che il problema è da attribuirsi principalmente alla colpa inconscia (..) significa sottovalutare la situazione (..) Mi sembra evidente che il paziente non sa come comunicarci l’intensità del suo disagio e delle sue emozioni, e mette a durissima prova la nostra sopportazione e la nostra abilità. In simili circostanze, sostengo in pieno l’indicazione di Pontalis (..), per cui ci troveremmo di fronte a una forma di ‘acting out’ nel transfert.”[46]

Limentani conclude con la constatazione che, nonostante la capacità di aiutare queste persone sia ancora limitata, gli studi di Winnicott e Gaddini hanno tuttavia contribuito notevolmente a far luce sui casi di reazione terapeutica negativa in cui predomina l’angoscia da integrazione. “Per questi pazienti”, scrive, “vivere significa che adesso o in futuro dovranno morire, e quindi preferiscono la sopravvivenza a una vita piena e soddisfacente.”. O, verrebbe da aggiungere, che morire significa vivere. Vengono in mente infatti le parole della paziente di Eugenio Gaddini, che al rientro dall’interruzione dell’analisi per le vacanze natalizie dichiarerà fra le lacrime “(..) ho pensato che per morire uno deve prima riunirsi. Se mi venisse in mente di uccidermi, vorrebbe dire che mi sono raccolta. Non si può certo morire disintegrata, bisogna essere una unità per morire.”[47]

[1] Freud S., (1914) “Ricordare, ripetere, rielaborare” in Nuovi consigli sulla tecnica della psicoanalisi, Opere, Bollati Boringhieri, Torino, 1989, vol.7.

[2] Freud S. (1905-1920), Casi clinici, Newton Compton, 2010.

[3] Freud S., (1913-1927), Shakespeare, Ibsen e Dostoevskij, tr.it. Bollati Boringhieri Editore, Torino, 1976 .

[4] Ibidem.

[5] Ibidem.

[6] Ibidem.

[7] Ibidem.

[8] Freud S., op.cit. 1922.

[9] Ibidem.

[10] Freud S., 1913, Nuovi consigli sulla tecnica psicoanalitica, tr. it. in Opere, Bollati Boringhieri, Torino, 1989, vol. 7.

[11] Freud S. (1924), Il problema economico del masochismo, OSF, vol. 10, Bollati Boringhieri , Torino.

[12] Etchegoyen, op.cit.1986.

[13] Ibidem.

[14] Freud S. op.cit. 1924.

[15] Valdrè R., Maldamore “Il masochismo: il punto di vista psicoanalitico”, www.maldamore.it

[16] Freud S. op.cit. 1932.

[17] Ibidem.

[18] S. Freud, Al di là del principio di piacere, in Opere – Vol. 9 (L’Io e l’Es e altri scritti 1917-1923), Bollati Boringhieri, 1992, Torino.

[19] Lowen A. (1978), Il linguaggio del corpo, Feltrinelli, Milano, 1997.

[20] Freud S., op.cit. 1937.

[21] Abraham, K. (1919), “Una forma particolare di resistenza nevrotica al metodo psicoanalitico”, Opere, vol. II, Turín, Boringhieri, 1975.

[22] Riviere J., op.cit. (1920-1958).

[23] Ibidem.

[24] Ibidem.

[25] Ibidem. Come scrive Franco Borgogno, nell’introduzione all’opera “Il mondo interno”, Riviere descrive in questi termini un complesso e persistente sistema di difese organizzato, che preannuncia il futuro concetto kleiniano di organizzazione patologica.

[26] Ibidem.

[27] Segal H., Note sulla formazione del simbolo, in Bott. Spillius E. (a cura di ), Melanie Klein e il suo impatto sulla psicoanalisi oggi. Vol. 1: La teoria, Astrolabio Ubaldini, Roma, 1995.

[28] Segal H. (1964), Introduzione all’opera di Melanie Klein (1964), Martinelli, Firenze 1975.

[29] Riviere J. op.cit (1920-1958).

[30] In un passaggio dell’articolo, riferendosi ad una frase di Abraham nella quale l’autore affermava che questi pazienti tendono a perdere di vista la guarigione della nevrosi come scopo del trattamento, la Riviere scrive “Per inciso, seppure io non ritenga Abraham colpevole di ciò, ho la sensazione che alcuni analisti caschino nel gioco del paziente, finendo per perdere di vista anche un altro aspetto: che quando un paziente non fa ciò che dovrebbe l’onere resta pur sempre dell’analista”, p.135.

[31] Tale evenienza, piuttosto frequente, è condivisa da psicoanalisti pure lontani dalle idee kleiniane, come Bertrand Lewin[31], il quale si riferisce ad essa come ad una “euforia tecnica”, vera e propria fuga di natura maniacale o ipomaniacale dalle interpretazioni. Lewin B.D. (1950), Psicoanalisi dell’euforia, Firenze, Guaraldi, 1972.

[32] La Riviere si rifà qui alla dialettica tra narcisismo libidico e distruttivo cara a Rosenfeld.

[33] Horney K. (1936), The problem of the Negative Therapeutic Reaction, Psychoanalytic Quarterly, vol.5.

[34] Etchegoyen H., op.cit. 1986.

[35] Ibidem.

[36] Klein M. op.cit. 1957.

[37] A proposito della descrizione delle difese dall’invidia, tra le quali compaiono inoltre la confusione tra oggetto buono e oggetto cattivo, la fuga dalla madre verso altre persone, l’internalizzazione del seno e la stimolazione dell’invidia negli altri, Voltolin afferma che la Klein “(..) ci mostra una galleria di tipi sociali nella quale possiamo facilmente ritrovare una psicopatologia della vita quotidiana (…) L’incapacità di decidere, la sopravvalutazione di certe figure di riferimento, il divismo, la svalutazione di quanto appare in generale positivo, la scarsa considerazione di sé, la smargiasseria dell’autosufficienza, la vanteria priva di contenuti, il rancore e l’odio indirizzati genericamente contro tutto e tutti, delineano con chiarezza figure sociali che tutti i giorni ci troviamo intorno e che sono state più volte ritratte nel cinema e nella letteratura. (…) L’invidia allora, più della rimozione o comunque della distorsione nevrotica, appare essere il derivato pulsionale che noi possiamo maggiormente riscontrare nella nostra esperienza quotidiana.”, A. Voltolin, Melanie Klein, 2003 Paravia Bruno Mondadori Editore.

[38] Etchegoyen H., op. cit. 1986.

[39] Arrigoni Scortecci M., La Reazione Terapeutica Negativa (R.T.N.), Riv. Psicoanal. 2 – 1987.

[40] Ibidem.

[41] Cesio Fidias R. (1956) “Un caso de reacciòn terapèutica negativa”, Revista de psicoanàlisis, vol.13, cit. in Etchegoyen 1986.

[42] Su un versante diverso da quello kleiniano, sarà invece André Green, uno degli interpreti più profondi e originali del pensiero psicoanalitico freudiano, ad estendere il campo dei processi narcisistici all’ultima teoria pulsionale di Freud.

[43] Gaddini E. (1981), Fantasie difensive precoci e processo psicoanalitico, in Scritti (1953- 1985), Raffaello Cortina Editore, Milano, 1989

[44] Limentani A. (1981), Alcuni aspetti positivi della reazione terapeutica negativa, in Tra Freud e Klein, Borla, Roma 1989.

[45] Ibidem.

[46] Ibidem.

[47] Gaddini E. op.cit. 1981.

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