di Luigi Cecchini
Giovedì 20 Settembre 2012 15:00

La metodologia balintiana è massimamente conosciuta ed utilizzata in ambito medico con specifico riferimento alla medicina psicosomatica. Essa nasce, in Inghilterra, come sistema di formazione rivolto ai medici di base in seguito ad una precisa richiesta del National Health Service (Servizio Sanitario Nazionale NHS) inglese.

Creato nel 1911 da Lloyd George l’NHS fu completamente trasformato nel 1946 da Sir W. Beveridge (un economista  fautore della Previdenza Sociale) e dall’allora Ministro della Sanità Aneurin Bevan. La trasformazione si articolò nella creazione di 14 Distretti Sanitari, ognuno dei quali includente un ospedale, e ognuno gestito da un Local Executive Council (Consiglio Esecutivo Distrettuale LEC) che rispondeva direttamente al Ministero. I medici inglesi potevano iscriversi, se lo desideravano, in apposite liste depositate presso il LEC competente per territorio e iniziare ad assistere un piccolo numero di pazienti anch’essi iscritti in analoghe liste. Il numero di pazienti “affidati” variava in base alle capacità del medico arrivando fino a 4000 assistiti, per ognuno dei quali il medico riceveva, dal LEC, un “onorario” pro-capite. A tali medici poteva presentarsi ogni tipo di patologia e l’NHS, preoccupato di dare risposta alle nuove richieste legate a disagi di tipo funzionale e relazionale (siamo nell’immediato dopoguerra e molto diffuse sono le psicopatologie legate agli eventi bellici), decise di offrire ai medici la possibilità di una formazione complementare di tipo psicologico e psichiatrico…

Già consulente preso la Clinica Tavistock, Balint richiede (1950) un incarico ufficiale di ricercatore che gli viene conferito due anni più tardi, per studiare le possibilità di formare i medici generici ad affrontare i problemi di carattere psicologico nei quali avrebbero potuto imbattersi nella loro pratica medica quotidiana. A più riprese, attraverso la stampa, invitò i medici a partecipare a tali seminari. I medici che risposero agli annunci apparsi su The Lancet si impegnarono ad una serie di 10 incontri il cui costo complessivo fu fissato in 10 scellini. Da questi incontri nascerà una nuova metodologia chiamata dapprima Metodo Tavistock e, successivamente, Training cum Research e, poi, finalmente Gruppi Balint.

E’ il 1953 quando, terminati i seminari esperenziali, Balint decide di dare vita ad una nuova avventura: un corso di psicoterapia riservato ai medici. Tale corso ebbe la durata di due anni con cadenza bisettimanale e fu tenuto presso il Tavistock Institute. L’analisi e la valutazione dei risultati di tale esperienza saranno l’oggetto di A Study of doctors.

Quattro anni più tardi sarà dato alle stampe The doctor, his Patient and the Illness…. unanimemente riconosciuto come il testo fondante dei Gruppi Balint.

Fin qui la storia.Tuttavia, dal mio punto di vista, sarebbe riduttivo collegare la nascita della metodologia balintiana unicamente all’emergente necessità di formare medici per un sistema sanitario in evoluzione: il Gruppo Balint è il risultato di un lungo processo di ibridazione il cui inizio mi piace collocare ai primi del ‘900 a Budapest per compiersi circa 60 anni dopo in Inghilterra.In tale processo di ibridazione sono confluite storie personali di uomini (e donne) e del loro pensiero, attingimenti arditi alle teorie psicoanalitiche e alle teorie della psicologia sociale americana. E’ proprio questo lungo processo di ibridazione che mi propongo di descrivere.

In questo viaggio di scoperta prenderò le mosse dal luogo, e dalle persone, da cui tutto sembra originarsi : Budapest e la Scuola psicoanalitica Ungherese e il suo fondatore Sandor Ferenczi ( ma non solo) per poi passare a parlare dell’uomo e dello psicoanalista Michael Balint. L’influsso della psicologia sociale americana e del lavoro del Tavistock Institute ed in particolare di Bion e di Foulkes, costituirà un ulteriore step di avvicinamento verso una formulazione organica dei processi fondanti della metodologia.

Ma perché Budapest e i primi del ‘900? Certo il fatto che Michael Balint – il cui vero nome era Mihaly Bergsman – sia nato  a Budapest nel 1896 e si sia formato con Ferenczi basterebbe da solo a giustificare questo incipit. Ma non è solo questo: non si tratta infatti di collocare nei luoghi e nel tempo degli accadimenti ma di comprendere come questi ne siano stati influenzati….

Mi servirò, per sostanziare questa impegnativa affermazione, di quanto oggetto di una mia Comunicazione al 17° IAGP (International Association for Group Psychotherapy) Congress tenutosi a Roma nel 2009. Titolo di questa comunicazione era:”Balint Group: Training, Control, or something else more… Origin and theory a point of view”

In quella occasione indicavo, nella genesi dei Gruppi Balint,  ascendenti ungheresi e ascendenti anglosassoni:

Fra gli ascendenti Ungheresi indicavo gli “Scritti sulla Terapia Attiva” di S. Ferenczi; il sistema di formazione e controllo in vigore a Budapest e teorizzato da Vilma Kovacs; il lavoro, da pioniere, di Balint nell’ambito della Psicosomatica.

Fra gli ascendenti anglosassoni citavo i contributi della psicologia Sociale Americana di Mayo, Sharif e soprattutto Lewin; le ricerche della Tavistock e i Case work e i Family discussion Bureau di Enid Eincholz.

Come momento di sintesi ideale porrei il testo (postumo) di Balint “Terapia Focale Breve”.

Scritti sulla terapia attiva

Ciò che da sempre ha costituito un ostacolo alla diffusione della psicoanalisi è la sua durata e quindi, implicitamente, il suo costo. La psicoanalisi seppure venga generalmente riconosciuta come il migliore strumento (senz’altro il meno arbitrario) per lenire la sofferenza psichica  è rimasta per lungo tempo troppo spesso attingibile non da chi più ne avesse bisogno ma da coloro che avessero potuto  permettersela. E’ un dato di fatto!

A questa impasse fortemente limitante è proprio Ferenczi a tentare di  porre rimedio. Per circa dieci anni si dedicò alla ricerca, e alla verifica, di tecniche che portassero ad una riduzione della durata di una psicoanalisi e, quindi, del suo costo con una ricaduta immediata sulla attingibilità dello strumento e, ergo, sulla sua diffusione.

Certo una esigenza di “evangelizzazione” ma anche un sentire personale: proprio negli anni della Prima Guerra Mondiale egli aveva intrapreso, seppure con una certa saltuarietà, la sua analisi didattica venendo così a trovarsi nei panni del paziente e nella posizione ideale quindi per comprendere meglio le inibizioni e gli impulsi che da questa condizione derivano. Nella pratica professionale egli era osservatore attento di ogni modalità di comunicazione del paziente : le parole, senz’altro si, ma anche la mimica, i gesti le posture i vezzi molto spesso divenivano oggetto di geniale e risolutiva interpretazione segno che già allora Ferenczi privilegiasse “l’hic et nunc della situazione analitica sulla puntigliosa ricostruzione storica delle vicissitudini infantili” . L’attività dell’analista era volta a mantenere il “focus” dell’azione analitica sull’aspetto dissonante o problematico emerso nell’hic et nunc.

Tuttavia lo stesso Ferenczi metteva in guardia contro un uso spregiudicato di tale tecnica sconsigliandone l’uso ai neofiti della professione e adombrando come fosse fondamentale, per il suo utilizzo, una piena consapevolezza delle reazioni controtransferali da parte dell’analista.

Più volte, nel corso della mia formazione a questa metodologia, ho avuto modo di rilevare come, con toni diversi, Alice Von Platen (che di Balint è stata “allieva”), Leonardo Ancona (“la pulce sull’ultimo dei capelli di Foulkes” come ebbe, con ineffabile modestia, a definirsi egli stesso) e Horst Wierbelauer sempre avessero indicato nel mantenimento del focus il compito principale del Conduttore di un Gruppo Balint. In particolare l’amico Horst (tedesco madrelingua), traducendo il termine inglese “focusing”, aveva creato un improbabile neologismo fonte di non poca ilarità : “focussizzare”… ma alla sua splendida umanità tutto è concesso!

Cogliere quindi, nello spazio di 90 minuti, l’aspetto nodale di ciò che rende inefficace la relazione fra un medico (ad esempio) ed il suo paziente; mantenere i riflettori del gruppo puntati sul nodo scoraggiando tutte le considerazioni di carattere tecnico che chi porta il caso o il gruppo può cedere alla tentazione (difensiva) di proporre al fine di arrivare a rendere il medico consapevole del modo in cui egli utilizza la sua personalità, le sue convinzioni scientifiche i suoi modelli automatici di risposta ovvero il suo controtransfert e produrre una “micro modificazione dell’Io professionale del medico”.

Bibliografia

L. Cecchini et al. Comunicazione al 17 Congresso internazionale IAGP Roma 2009
G. Carloni e E. Molinari “Introduzione” su S. Ferenczi Fondamenti di psicoanalisi Vol. 2 Prassi SCRITTI SULLA TERAPIA ATTIVA Guaraldi 1973

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