di Lucia Bernardini
Giovedì 18 Febbraio 2010 10:40

Affrontare il tema della rappresentazione dei media ed in particolare della carta stampata, in riferimento al fenomeno degli Young Sex Offenders, significa prendere le mosse da alcune considerazioni iniziali e di carattere generale, a partire dall’analisi dell’attuale potere dei mezzi di comunicazione di massa sul pubblico. Le ricerche psicologiche e sociali hanno fornito indicazioni che vanno nella direzione di una rassicurazione rispetto alla concezione di un pubblico sottomesso, passivo ed indifeso nei confronti dei media. Infatti, l’influenza delle comunicazioni sull’opinione pubblica e sui processi di formazione e/o di mutamento di opinioni, atteggiamenti e comportamenti esiste ed è reale, ma si tratta non di un’influenza diretta, piuttosto di un’influenza mediata da una molteplicità di condizioni e di fattori psicologici individuali e sociali che presiedono alla formazione ed al cambiamento del sapere comune, delle azioni sociali e delle relazioni sociali. Se, e solo se, questi fattori vengono a mancare o s’indeboliscono, o se le istanze di socializzazione e di partecipazione non svolgono correttamente la loro funzione, oppure se le comunicazioni di massa agiscono in assenza di un effettivo controllo sulla loro gestione, allora l’influenza mediatica sul pubblico potrà considerarsi diretta, e così il suo potere. 1 Inoltre, i media non propongono dei modelli “chiusi” e/o definitivi di lettura o d’interpretazione di un fatto sociale, come anche nel caso della violenza agita dai minori, piuttosto, essi suggeriscono quegli eventi e quegli aspetti che la caratterizzano ed intorno ai quali è necessario formarsi un’opinione individuale e collettiva. Le pratiche giornalistiche, dunque, hanno il compito di suggerire una sorta di “ordine del giorno”, che esprima una scala di priorità ed una differente centralità degli eventi accaduti. 2 I media assumono un ruolo di primaria importanza nella costruzione e nel consolidamento della rappresentazione sociale, in quanto forniscono nuove informazioni o ne riproducono altre; successivamente, le gerarchizzano sulla base di significati che sono stati loro attribuiti, influenzando così gli atteggiamenti del pubblico, proprio in virtù del fatto che tale gerarchizzazione presente nei mezzi d’informazione si riflette, fino a riprodursi, nel pubblico medesimo. 3 Allo stesso tempo anche il pubblico, quale fruitore del testo mediale, mette inevitabilmente in atto una serie di processi cognitivi di comprensione e d’interpretazione. Tra questi vi è l’attenzione selettiva nei confronti di parti o di elementi di uno stesso testo, che si manifesta in termini di discontinuità, con fasi alterne di maggiore o di minore intensità nel caso in cui l’attività di fruizione possa considerasi un’attività secondaria del soggetto, e nel caso in cui possa tradursi in una vera e propria assenza totale di attenzione. Un altro processo è la percezione, dipendente anche dai tratti di personalità del percepente, in particolare dalle sue motivazioni e dai suoi atteggiamenti, che risulterà parziale (non tutto viene letto) poiché il fruitore inevitabilmente metterà in atto un processo di riduzione della complessità del testo, anche nel caso in cui esso sia breve o poco articolato, in quanto non risulta possibile un’attenzione esaustiva a tutti gli elementi in esso contenuti. A questo punto, il fruitore attiva un processo d’individuazione e di gerarchizzazione nei confronti del testo stesso. In ultimo, la memoria può considerarsi altra facoltà dinamica e selettiva, che porta il fruitore ad operare una selezione delle informazioni, trattenendo quelle più coerenti con le nostre conoscenze pregresse e con i nostri interessi, per poi tradurle in forme astratte ed investite di significato. 4

Per quanto concerne la rappresentazione giornalistica dell’infanzia e dell’adolescenza, gli articoli censiti al 1988 su 14 testate e 3 periodici hanno dimostrato una crescente attenzione collettiva per le tematiche minorili. Nello specifico, gli avvenimenti e le cronache sui minori sono presenti sia nelle pagine di cronaca locale sia italiana. Il minore “come notizia” compare anche sulle prime pagine delle testate esaminate, ma soprattutto con la funzione di anticipazione di un articolo interno, piuttosto che come pezzo di apertura. Un dato interessante riguarda lo spazio assegnato agli eventi che hanno per protagonista un soggetto minorenne: in genere, trattasi di articoli di cronaca, di quella locale in particolare, pubblicati all’interno di spazi quantitativamente contenuti e, in quanto tali, spesso non sono firmati e non superano le due colonne (48.7%), mentre solo raramente occupano uno spazio più ampio formato da 5 colonne ed oltre (20.4 %). 5 L’informazione giornalistica sui minori privilegia in particolare, un preciso evento di cronaca che coinvolge o che interessa loro direttamente e che si esprime e si esaurisce nell’arco di un’unica giornata, senza avere un seguito nel tempo. Al contrario, gli episodi di cronaca che assumono una connotazione di serialità sono presi in considerazione anche nella loro dimensione quantitativa, con particolare attenzione alla sfera della devianza, a quei casi in cui il minore si trova ad essere “protagonista” di fatti di criminalità o di episodi di violenza fisica e morale.

Per quanto concerne i livelli e le forme d’identificazione di un minore, nella maggior parte degli articoli censiti viene fornita una descrizione dei tratti tale da rendere nota, almeno parzialmente, la sua identità. Nel caso più diffuso vengono fornite direttamente le sue generalità, altre volte la descrizione delle sue caratteristiche fisiche o socio demografiche permettono facilmente d’identificarlo, considerando anche che la notizia si riferisce spesso ad una piccola realtà territoriale. 6

Per evitare, dunque, la probabile manipolazione dell’opinione pubblica, è indispensabile assicurare l’effettiva libertà d’informazione ed al tempo stesso evitare le eccessive enfatizzazioni ed amplificazioni delle notizie che potrebbero rischiare di suscitare anche delle “pericolose interferenze sulle decisioni giudiziarie”, soprattutto attraverso il controllo della legge sui mezzi di comunicazione. 7 La cornice legislativa conferisce, dunque, al giornalista il massimo grado di libertà d’informazione, pur nel doveroso rispetto del diritto dell’individuo.

La Legge n. 69/1963 sull’ordinamento della professione stabilisce formalmente le regole deontologiche dei giornalisti, racchiuse negli articoli 2 e 48. Le diverse discussioni in merito alla tutela dei diritti dei minori, sia in qualità di spettatori/lettori sia di protagonisti di episodi di cronaca rispetto ai mezzi di comunicazione, hanno fatto nascere l’urgenza di tutelarli nel rispetto della loro privacy. In quest’ottica, s’inserisce la Carta di Treviso quale codice di comportamento che regola il rapporto tra stampa e minori. Esso è stato redatto a Treviso nel 1990 da Telefono Azzurro, dall’Ordine dei Giornalisti e dalla Federazione della Stampa, con il fine di preservare il diritto alla riservatezza del minore, diritto che deve essere considerato sempre come primario rispetto al diritto di cronaca. La “Carta dei doveri del giornalista” dell’8 luglio 1993, che s’ispira alla Convenzione ONU del 1989 ed alla Carta di Treviso, impone al giornalista di non pubblicare il nome o qualsiasi elemento che possa condurre all’identificazione dei minori coinvolti in casi di cronaca e di evitare possibili strumentalizzazioni da parte degli adulti e di valutare se la diffusione della notizia giovi all’interesse del minore. 8 La Legge del 31 dicembre 1996, n. 675 “Tutela delle persone fisiche e gli altri soggetti rispetto al trattamento dei dati personali” garantisce che il trattamento dei dati personali si svolga nel rispetto dei diritti, delle libertà fondamentali, nonché della dignità delle persone fisiche, con particolare riferimento alla riservatezza e all’identità personale. 9 Nello specifico, l’articolo 25 parla esplicitamente di tutela della privacy dei minori nei media, imponendo ai giornalisti il rispetto di un Codice Deontologico. Questa legge ha di fatto assegnato valore giuridico alla Carta di Treviso. Il “Codice Deontologico” del 3 agosto 1998 è relativo al “trattamento dei dati personali nell’esercizio dell’attività giornalistica” e vieta la pubblicazione dei nomi e delle immagini dei minori coinvolti in fatti di cronaca, nonché la rivelazione di particolari in grado di condurre alla loro identificazione. 10

L’impegno da parte dei giornalisti italiani al rispetto del codice deontologico dell’Ordine e della Carta di Treviso e delle norme deontologiche di comportamento nei confronti dei minori, ha permesso di compiere enormi passi avanti nella direzione di una sempre maggiore sensibilizzazione ed attenzione a non pubblicare, prima di tutto, generalità e fotografie di chiunque sia minorenne, nonché tutti quegli elementi che possono portare alla sua identificazione. Nel caso specifico della problematica dei minori che compiono violenze sessuali a danno di altri minori, il compito del giornalista si fa più delicato e difficile, poiché l’imporsi della necessità di fare informazione, allo stato attuale, può scontrarsi ancora troppo spesso con l’emergenza della tutela del minore coinvolto in qualunque notizia di cronaca. In questo senso, la Carta di Treviso, in linea con i principi dettati dalla Convenzione dei Diritti del Fanciullo, ed i Codici di Autoregolamentazione costituiscono la risposta a questo stato di bisogno, ponendosi nella direzione di un giornalismo più maturo, in grado di garantire con intelligenza e con capacità professionale il rispetto dei diritti di privacy dei minori, senza ad esempio dover pubblicare a tutti i costi fotografie con i loro volti, oppure i loro nomi o qualunque altro riferimento che riconoscerli.

La prima e forse l’unica regola deontologica del giornalismo, tuttavia, è l’attenersi unicamente al fatto/notizia. Quanto più questa regola sarà osservata, senza per questo voler appiattire il mestiere del giornalista, tanto più sarà secondario ogni invito al rispetto dei diritti delle persone coinvolte in ogni genere di pubblicazione. Secondo Murialdi (1998), il termine obiettività, oggetto ormai di vivaci polemiche sul giornalismo, in concreto non esiste, poiché “non è possibile separare nettamente la notizia dall’interpretazione o dal commento: basta un nonnulla, la collocazione della notizia, il titolo, un aggettivo, un parere un po’ meno convincente di quello contrapposto…”. Tuttavia, essa rimane un principio al quale il giornalista che lavora in un mezzo d’informazione deve tendere, innanzitutto, non identificando l’interesse personale con quelli, discutibili, che emergono nel campo oggetto del proprio lavoro. Successivamente, è importante fornire al lettore gli elementi necessari per la conoscenza di un fatto complesso, evitando di “utilizzare anche un linguaggio non partigiano nei titoli” che, quando eccessivamente gridati ed accompagnati da sensazionalismi, a volte nascono da non eventi che diventano eventi, se non da interviste inventate intercalando arbitrariamente delle domande nel riassunto di un discorso. 11 Piuttosto, diviene auspicabile un recupero della coscienza deontologica, insieme ad una sempre maggiore assunzione di consapevolezza dell’importanza di sensibilizzare l’opinione pubblica piuttosto che di “raccontare” il fatto nei minimi particolari, o di “costruire spesso notizie su singoli fatti di cronaca”.

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