di Lucia Bernardini

Giovedì 18 Febbraio 2010 09:24

Considerando gli aspetti descrittivi di carattere clinico del fenomeno Young Sex Offender, si rileva che le motivazioni che sottendono un atto abusante sono molteplici. Alcuni adolescenti possono provare serie difficoltà nei rapporti sociali con i propri coetanei, nello stringere amicizie o nell’inserirsi in un gruppo, a volte perché oggetto di rifiuto o di denigrazione da parte di quest’ultimo; tale situazione può spingere il ragazzo a rivolgere la sua attenzione verso bambini più piccoli i quali, a loro volta, non maturano la consapevolezza di ciò che sta accadendo loro e la loro non reazione può essere interpretata come una forma di consenso, che a sua volta porta l’autore dell’abuso a perpetrare la violenza. Altri ragazzi possono agire in preda alla rabbia, oppure per il bisogno di esercitare la violenza in seguito alla stessa esposizione a modelli violenti che hanno appreso ed interiorizzato; è il caso dei minori abusanti cresciuti all’interno di famiglie per l’appunto abusanti o multiproblematiche. In altri casi, può sussistere l’eventualità di un ritardo mentale che non fa comprendere la gravità dell’atto che si sta compiendo ma che, per questo motivo, può portare l’abusante ad agire allo scoperto. 1

L’abuso intrafamiliare risulta un fenomeno piuttosto raro (tale da interessare molto più l’adulto che l’adolescente), mentre l’abuso commesso dal singolo minore su una vittima estranea all’ambito familiare rappresenta un fatto episodico, spesso infondato e presente semmai nell’immaginario collettivo.

La tipologia più frequentemente denunciata risulta, quindi, il gruppo dei maschi, con delle peculiarità che vanno dalla modalità dell’atto commesso, al modo di percepire l’azione e la vittima, o di vivere la sessualità e persino la struttura di personalità, circostanze così ripetitive da indurre a credere nel cosiddetto effetto copione, come se si trattasse di uno stesso gruppo. 2 Questo dato può spiegarsi anche in vista dell’importanza che il gruppo riveste per l’adolescente nell’elaborazione delle sue problematiche evolutive, fra cui assumono grande rilevanza quelle relative alla scoperta della sessualità, nonchè alle difficoltà di un’improvvisa emergenza pulsionale della pubertà. Se lo sviluppo della propria identità, generalmente, procede anche attraverso l’identificazione ed il rispecchiamento negli altri, poiché simili a sé, nello specifico dell’adolescenza questa funzione di specchio viene svolta soprattutto dal gruppo dei pari in cui il soggetto, attraverso meccanismi di proiezione e d’identificazione, vive e sperimenta nuove strategie comportamentali. Le relazioni con i pari possono, dunque, costituire un terreno particolarmente fertile per la condivisione di comportamenti devianti. 3 Nel gruppo, inoltre, la soggettività individuale è molto diversa rispetto a come essa si esprime al di fuori: i ragazzi, ascoltati individualmente, possono, per esempio, mostrare una capacità di riflessione su di sé e di mentalizzazione che in gruppo vanno perdendo; di contro, è possibile che la deresponsabilizzazione rispetto ai propri comportamenti sia piuttosto sfumata, grazie al rispecchiamento reciproco che consente di vedere negli altri e di meglio tollerare quegli aspetti meno accettabili di sé. 4 Spesso, infatti, i ragazzi che in gruppo commettono abusi sessuali, ignorano almeno apparentemente l’efferatezza e l’illegalità della loro azione, come se l’agire tutti insieme li esonerasse dal considerarsi completamente colpevoli per quanto attuato. Quando un adolescente racconta un abuso commesso, il più delle volte appare stupito, esibendo una difficoltà di comprensione del perché l’adulto gli attribuisca la responsabilità di qualcosa che ha commesso e che per lui appare molto lontano dall’idea di un reato. Il fatto che la vittima sia conosciuta o ritenuta “una ragazza facile” porta il minore a non assumere la consapevolezza dell’atto commesso, connotato come reato. 5 Risulta tipico dell’ambito gruppale anche una distribuzione dei ruoli in funzione delle caratteristiche dei membri: l’età, l’esperienza ma anche gli aspetti della personalità. La struttura è solitamente di tipo gerarchico che, oltre a consentire la stratificazione dei ruoli, garantisce anche le comunicazioni interne. 6 Si verificano, dunque, dei veri e propri rituali in cui però, a volte, all’attribuzione della leadership non sempre corrisponde il coinvolgimento materiale nell’azione deviante; può capitare che dell’atto violento sia incaricato il ragazzo più giovane o considerato più debole, e per questo esortato dal capo a “dimostrare la propria appartenenza e fedeltà al gruppo” mentre il leader a volte si astiene dal commettere abusi sessuali. 7 In questo modo, va incrementandosi il senso di appartenenza al gruppo, anche in seguito all’agito del suo capo che ridefinisce la gerarchia di potere e, conseguentemente, all’atteggiamento di assoggettamento-accettazione dei suoi gregari. 8 La personalità del leader, caratterizzata soprattutto dal blocco maturativo e dal ritardo evolutivo nello sviluppo psicosessuale, persegue il fine di crearsi una fama di duro e di violento, contro le sue, in realtà, serie problematiche narcisistiche. 9

L’attuale lettura del fenomeno sottolinea la maggiore presenza di un contenuto di tipo “espressivo” piuttosto che di tipo “strumentale” del reato commesso. Attraverso l’atto violento i ragazzi esprimono i propri bisogni d’identità, legati alle relazioni, etc. Per questo motivo, la “baby-gang”, come la stampa usa ultimamente definire tale fenomeno, appare un termine eccessivamente enfatico ed usato impropriamente dai mass-media, tipico di quelle semplificazioni che essi operano quando vogliono attirare l’attenzione su eventi che in alcuni casi appaiono poco significativi. 10 La chiave di lettura fin qui fornita introduce il ruolo dell’etichettamento sociale nel processo di costruzione di una vera e propria carriera deviante del minore. Attorno alla condotta deviante dell’adolescente, infatti, non si è ancora organizzata in modo stabile la sua personalità, e per questo motivo è molto importante il ruolo svolto dall’etichettamento. Inoltre, la questione della trasgressione minorile, dal momento in cui è diventata oggetto di attenzione e di controllo istituzionale, si è venuta ad intrecciare con campagne di allarme sociale legate a fenomeni di rilevanza sociale più ampia, e questo intreccio ha comportato, di volta in volta, una diversa rappresentazione dei minori devianti, producendo, pertanto, una diversa reazione sociale. 11

La reazione della comunità sociale al comportamento violento dei minori, come la violenza sessuale, è in genere traumatica, e può essere spiegata anche considerando la dimensione del silenzio che da sempre avvolge il fenomeno dell’abuso sessuale in generale, agito sia in ambito intrafamiliare, ma anche al di fuori di esso. In particolare, l’argomento dei minori sex offender appare, dunque, ancora di difficile trattazione nel nostro Paese, a causa dell’esistenza di due tabù di fondo: da un lato, l’inopportunità di avallare il binomio sessualità e minori e, dall’altro, l’inviolabilità del mondo della fanciullezza come espressione d’innocenza. 12 Nell’immaginario collettivo, infatti, ricorre da sempre l’idea di un’infanzia e di un’adolescenza che rivestono un ruolo “debole” poiché in fase di crescita e, dunque, che necessitano non solo di attenzione ma anche di controllo da parte degli adulti. 13

Secondo Becker (1963), è opportuno distinguere un “individuo che commette un atto deviante” da “un individuo accusato o al quale viene attribuito un carattere deviante”. Con quest’ultimo termine s’intendono coloro che sono stati etichettati da un gruppo sociale, per cui l’atto deve diventare palese a qualcun altro, oltre che al deviante stesso. La denominazione, l’etichetta di un ruolo ha un significato maggiore della semplice indicazione che una persona ha compiuto un determinato atto deviante. Il passaggio dalla prima alla seconda categoria avviene nell’ambito di un processo “psico-sociale di azioni, reazioni e controreazioni”, ossia di tutte quelle risposte che il sistema sociale mette in atto; è la reazione sociale che qualifica il deviante come tale, innescando un processo di rifiuto attraverso una serie di risposte più o meno formali quali l’odio, il disprezzo, fino all’arresto ed alla condanna. 14 Il comportamento individuale può diventare, così, un pretesto per spiegare e legittimare il rifiuto sociale, che in realtà non è indirizzato tanto alle caratteristiche personali, quanto ad uno stereotipo del deviante. Non è importante il comportamento in sé del singolo, quanto l’interpretazione che ne viene data, sulla base delle norme sociali relative sia a quel determinato comportamento sia alle caratteristiche individuali. In questo senso, è fondamentale il contesto in cui tale azione si verifica, nonché il significato che viene attribuito a tale contesto dalla società. 15 Infatti, le ricerche dimostrano come i reati di natura violenta possono considerarsi dei fatti isolati rispetto a quanto viene riferito anche dai mass media, il cui ruolo è particolarmente delicato quando si tratta d’informare l’opinione pubblica su episodi di cronaca violenta che, spesso, possono essere presentati come tipici dell’intero fenomeno. Nel caso della stampa, ad esempio, il linguaggio utilizzato e le modalità comunicative possono descrivere un fatto di cronaca riguardante un minore autore di reato in modo tale da amplificarlo, come se fosse rappresentativo della violenza giovanile in tutte le sue espressioni, o come se riguardasse comportamenti più o meno frequenti da parte dei giovani. Le conseguenze sull’opinione pubblica, che va richiedendo sempre una maggior sicurezza sociale ed istituzionale attraverso l’allontanamento del reo, possono essere dunque prevedibili ed immaginabili. 16

Il processo di costruzione di uno stereotipo non avviene a livello individuale, ma piuttosto in un contesto più ampio, in cui i principali artefici possono considerasi i mass media nella loro funzione di selezionare, raccontare, commentare fatti e notizie che risultano distanti e difficilmente accessibili alla maggior parte del pubblico. 17

Le ricerche effettuate sui mezzi di comunicazione di massa hanno evidenziato la presentazione dell’atto criminale da parte dei giornalisti, anziché le reali opinioni dei cittadini; si tratta, tuttavia, di ricerche che hanno studiato il fenomeno della percezione solo in modo indiretto, non valutando in che modo e quanto la presentazione di tale fenomeno da parte dei media rifletta l’opinione pubblica. 18 Molti studiosi hanno analizzato le possibili modalità dei media d’influenzare l’opinione pubblica aumentando o meno ansie e paure nei confronti del crimine. Un primo filone di ricerca ha avanzato l’ipotesi secondo cui i media, attraverso la selezione e l’amplificazione delle notizie riportate, abbiano fornito un’immagine falsata della criminalità sia da un punto di vista qualitativo che quantitativo. 19 Un secondo filone ha cercato, invece, di capire se la paura del crimine dipenda dal grado di “esposizione” ai mezzi di comunicazione di massa. In questi casi, le posizioni degli studiosi sono piuttosto discordi. Per Smith (1984), non è esatto ritenere i media responsabili della paura del cittadino; in realtà, essa costituirebbe solo una parte di una più “generale consapevolezza” del crimine; in questo senso la stampa può essere responsabile, ma solo di un aspetto di tale coscienza, “poiché i mass media non sono in grado di trasmettere idee ed informazioni specifiche, è il pubblico che in realtà attribuisce di volta in volta alle notizie un significato particolare, più o meno carico di emotività”. Gli studi realizzati nei Paesi Bassi da Van Dijk (1980) hanno, invece, confermato l’esistenza di una relazione positiva fra “esposizione all’informazione” e “paura del crimine”, evidenziando anche il fenomeno della cosiddetta“informazione da relè”, secondo cui i lettori abituali della carta stampata sarebbero soliti informare, relativamente ai casi di cronaca, anche coloro che raramente leggono i giornali, con la conseguente esposizione e condizionamento di tutta l’opinione pubblica ai media.

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