di Francesca Orlando
Domenica 21 Febbraio 2010 14:13

Nonostante Freud focalizzi l’attenzione sul bambino che sviluppa un investimento libidico nei confronti della madre disinvestendo, perciò, sulla figura del padre, l’aspetto femminile in Freud non è realmente esaminato, se non in un modo non propriamente paritario e definito.
In quasi tutta la trattazione psicoanalitica freudiana la figura della donna è stata affrontata in un modo piuttosto ambiguo. Se da una parte, l’autore ha voluto incentrare la maggior parte dell’eziologia dei disturbi psichici, facendo così risalire all’infanzia e al primissimo rapporto madre-bambino, tutta una serie di conflitti psichici, dall’altra ha evidenziato l’aspetto più propriamente negativo della figura femminile.
Ciò si può giustificare nel fatto che l’epoca in cui Freud vive non considera culturalmente e socialmente le donne ad un livello paritario e autonomo che l’uomo invece riesce a conquistare; inoltre, Freud analizza gli aspetti psichici individuali con gli occhi di un uomo e in base alla sua personale esperienza.
E questo fa molta differenza.
La femminilità secondo Freud è stato un concetto espresso tardivamente nelle sue opere. Nell’analisi dello sviluppo psichico, Freud introduce molto tardivamente la nozione del “divenire donna”, quasi a voler riconoscere una differenziazione tra i due generi nel corso dello sviluppo psicogenetico. Nel contesto del complesso edipico, Freud scopre l’importanza della fissazione primitiva della bambina nei confronti della madre, verso la quale la piccola sperimenta una relazione fusionale e, in quanto oggetto d’amore, una relazione passionale. Di contro, anche il bambino è molto attaccato alla madre per poi slittare da un rapporto di tipo fusionale orale verso la relazione edipica. Molto presto il ragazzo comincerà ad elaborare una relazione di desiderio che lo impegna nel suo Edipo e che implica la figura del padre.
Ma come avviene questo cambiamento? Come fa la bambina a passare dalla fase maschile di uno stato quasi indifferenziato a quella specificamente femminile di uno stato libidicamente più maturo?
La bambina, infatti, deve fare uno sforzo psichico considerevole dovendo rinunciare al primo oggetto d’amore (la madre) per poter evolvere nella sua crescita psichica: la dolorosa rinuncia della madre da parte della bambina si manifesta nelle relazioni di rivalità che caratterizzano, soprattutto, la fase prepuberale e tutta quella adolescenziale. La ragazza rivolgerà alla madre ogni tipo di rimproveri che sottendono contenuti di tipo passionale. Darà a se stessa delle ragioni per abbandonarla, per lasciarla.
Il cambio dell’oggetto d’amore viene spiegato da Freud lungo tre diverse motivazioni di accusa: la bambina accusa la madre di non averle fornito sufficiente latte (amore) e quindi averla dispensata, invece, di cibo velenoso da cui consegue la paura di essere avvelenata (fantasia preedipica); accusa la madre di aver condiviso il suo amore con altri fratelli venuti dopo di lei e che costituiscono quindi sentimenti di rivalità; infine, accusa la madre di averla prima sedotta e poi di averle negato il piacere dei genitali. Tutte queste accuse fungono da corollario ad un’unica grande accusa che la bambina rivolge alla madre: di averla privata del pene (complesso di evirazione).
La bambina è considerata un maschietto fino al raggiungimento della fase fallica, in cui riconoscerà la propria specificità sessuale accompagnata da sensi di inferiorità organica (mancanza del pene) e di delusione nei confronti della propria madre.
Il complesso di castrazione comporta diversi destini nel bambino e nella bambina.
Il maschio affronta l’angoscia di castrazione nel confronto col genitale femminile che gli ricorda le minacce genitoriali (paterne), suscitando così il sentimento angoscioso; il bambino abbandona questo atteggiamento, il complesso edipico è abbandonato, rimosso, distrutto e poi sostituito con un severo Super Io.
La bambina, che si confronta con il genitale maschile, sperimenta il processo inverso del complesso edipico, sviluppando un forte senso di inferiorità e quindi invidia del pene che può risolversi in tre differenti modi e caratteri: cedendo all’inibizione della sessualità (nevrosi), sviluppando un forte complesso di virilità, determinando lo sviluppo della femminilità (dal precedente attaccamento preedipico).
Per quanto riguarda l’inibizione della sessualità, la bambina si trova costretta a rinunciare alla masturbazione clitoridea ritenendo la propria evirazione prima un fatto solo suo, poi estensibile alle altre donne e infine anche alla propria madre. Se quindi il suo amore era diretto verso una madre che ella considerava fallica, dopo tale scoperta, ritira il suo moto affettivo. Rinunciando all’attività masturbatoria, la bambina rinuncia all’azione per attivare la sua passività con la quale si rivolge al padre seguendo spinte pulsionali passive. Il desiderio del pene si realizza attraverso l’equivalenza simbolica di avere un bambino da lui. Tale desiderio era presente già in fase preedipica quando, nel giocare con le bambole, la bambina cercava di identificarsi con la madre nell’intento di sostituire la passività con l’attività, trova ora un fondamento e delle finalità simili ma sicuramente più mature.
Così, la bambina si rivolgerà al padre, lamentandosi della madre che pure ha amato tanto, cominciando pertanto ad amare e idealizzare il terzo finora escluso.
La figura paterna, quindi, viene ad assumere un ruolo fondamentale nella crescita dei figli e in particolare delle femmine. Essa dà l’imprinting ai futuri rapporti della figlia con i sostituti paterni che incontrerà nel corso della sua vita: parenti, professori, fidanzati, amici.
Una relazione proficua per entrambe le parti: l’uomo ricaverà la possibilità di un’ulteriore maturazione personale e affettiva, mentre per la donna il rapporto con il padre le determinerà l’accettazione della femminilità e l’orientamento delle sue future scelte sessuali e affettive.
Quando, invece, la bambina persisterà nell’attività masturbatoria clitoridea, rifugiandosi nell’identificazione con la madre fallica, tenterà di resistere all’accettazione del cambiamento che non è solo fisico. Da questo tipo di atteggiamenti, la bambina svilupperà i suoi aspetti mascolini (tipici della fase preedipica) per agire comportamenti omosessuali sempre più manifesti. Le pratiche omosessuali vedono, infatti, agita la relazione madre-bambino così come quella passiva – attiva dell’uomo con la donna.
Le sorti della risoluzione del complesso edipico non sono, quindi, propriamente favorevoli per entrambi i sessi.
Possiamo, infatti, constatare che mentre sul versante edipico maschile l’identificazione simbolica al padre, mettendo fine al complesso attraverso la formazione dell’Ideale dell’Io, costituisce il fondamento dell’identità maschile del soggetto, sul versante edipico femminile questa identità sessuale – l’identificazione della donna al proprio sesso – resta priva di un modello identificatorio femminile per l’impossibilità della donna di identificarsi con la propria madre sia essa presa come ruolo materno che come donna. Questa duplice impossibilità identificatoria renderebbe ragione, così. dell’orrore della bimba alla scoperta della castrazione materna, dell’abbandono del primo oggetto d’amore e della fuga in direzione dell’oggetto paterno con cui stabilire poi un’identificazione riparativa immaginaria.
Nella bambina, il complesso di castrazione prepara (e non distrugge, come per il maschio) il complesso edipico: sotto l’influsso del pene, la bambina si rifugia dal padre perché la madre considerata fallica viene scoperta evirata come lei.
L’identificazione della donna col proprio padre pur essendo presente lo è sempre in forma ambigua, mai esplicita. E per poter spiegare il paradosso, per cui la bambina diventa donna accedendo al femminile attraverso l’identificazione con un oggetto di sesso diverso dal suo, Freud risolve l’impasse trasformando l’antica identità simbolica “pene=bambino” in una differenza funzionale alla distinzione fra un desiderio maschile (avere il pene) e un desiderio femminile (avere un bambino): «La situazione femminile è affermata solo quando il desiderio del pene viene sostituito da quello del bambino, ossia quando il bambino prende, secondo un’antica equazione simbolica, il posto del pene» (Freud, 1994, 80)
Rimane così evidente come Freud abbia tentato di uscire dall’impasse cercando di aggirare il problema, non senza imbarazzo, lasciando nell’incompiuto lo sviluppo edipico femminile (concetto mai risolto nella teoria) e condannando il desiderio femminile alla mera funzione materna, l’identificazione della sessualità femminile e la procreazione. Ciò è vero per Freud perché soltanto la nascita di un figlio maschio rappresenterebbe, per la donna, il coronamento idilliaco di quel desiderio attribuito al genere femminile.
Quel che a Freud è sfuggito è che il desiderio di una donna non esiste in funzione di ciò che avrebbe dovuto essere o in funzione di una mancanza, ma è quello di essere una donna prima di tutto, poi anche di essere una madre.
In quanto figura materna, la donna è una figura centrale nell’opera di Freud ma sempre vista dalla parte del figlio, attraverso le sue reazioni e i suoi bisogni, come se essa non avesse vita propria nè percezione di sé in quanto donna, per prima cosa (Vegetti Finzi, 1997).
Ne “Il motivo della scelta degli scrigni”, Freud così individua «le relazioni inevitabili dell’uomo nei confronti della donna: verso colei che lo genera, verso colei che gli è compagna e verso colei che lo annienta; o anche le tre forme nelle quali variamente si atteggia per l’uomo, nel corso della vita, l’immagine materna: la madre vera, la donna amata che egli sceglie secondo l’immagine della madre e, infine, la madre-terra che lo riprende nel suo seno» (Freud, 1913).
Freud indica, quindi, tre identificazioni femminili della bambina con la propria madre: nella fase pre-edipica, la bambina si identifica con la madre fallica, nella seconda post-edipica la bambina si identifica con il padre, nella terza la donna si identifica con la madre.
Durante il periodo della maternità – dice Freud – la donna tende a re-identificarsi con la propria madre contro cui aveva lottato fino al matrimonio; tale identificazione «può tirare a sé tutta la libido disponibile, così che la coazione a ripetere riproduca un matrimonio infelice dei genitori» (Freud, 1994, 86).
Pertanto nell’identificazione con la propria madre – continua Freud – si ravvisano due momenti importanti per lo sviluppo della donna in quanto donna: il momento preedipico (il tenero attaccamento alla madre, che costituirà lo sviluppo decisivo della femminilità preparando l’identificazione edipica) e il momento edipico (l’ostilità verso la madre e l’amore per il padre).
Se ne deduce però che, letta in questi termini, non ha senso parlare nè di un soggetto femminile nè di un desiderio femminile mancando un modello identificatorio sessuale femminile, ma solo materno. È tempo di sapere se esista nella teoria un’identificazione sana della donna con la donna e non un’identificazione con una madre fallica, con una madre che assume nei confronti dell’uomo-padre una posizione d’oggetto, con una madre nella sua funzione materna e nemmeno con una madre grazie all’identificazione con la quale si produca l’annientamento del soggetto A questo concetto di impossibilità, l’isteria si pone come rimedio per un’identificazione immaginaria con l’uomo.
Un’importante dimensione del discorso freudiano sulla femminilità è, dunque, la considerazione della donna non in quanto soggetto che ha sintomi, ma in quanto fa sintomo nella cultura.
In psicoanalisi, la donna viene così collegata, così come accade nei miti e nelle religioni, al concetto di colpa, di mancanza, di impossibilità.
La femminilità, non a caso, definita da Freud come il “continente nero” continua, attraverso la tradizione freudiana, ad essere fantasmatizzata come la parte scissa del maschile (costola di Adamo) in cui vengono proiettate qualità per lo più negative come l’impotenza, la passività, l’invidia e soprattutto il non pensabile e il non conoscibile.
Come accettazione di un fatto non condiviso, la cultura attribuisce al desiderio femminile il desiderio di maternità. Scrive Platone nel Timeo «Per le donne, ciò che si chiama matrice o utero è un animale dentro di loro che desidera fare bambini; e quando resta privo di frutti molto tempo oltre la stagione propizia, si irrita e sopporta male questo stato; allora erra per tutto il corpo, ostruisce i passaggi dell’aria, impedisce la respirazione, getta in angosce estreme e provoca malattie di ogni genere; e ciò dura fintanto che l’appetito e il desiderio nei due sessi non le conducano a una unione ove esse possano cogliere come da un albero il loro frutto».

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