di Rossella Salvatori
Giovedì 18 Febbraio 2010 14:09

E’ la storia infantile di ogni individuo che decide il grado di equilibrio della personalità, ossia la quantità di conflitti latenti pronti a mobilitarsi, per cui più repressioni esistono, meno energia libera è disponibile per controllare una nuova eccitazione, e più si è disposti a subire effetti traumatici. Ogni angoscia è la paura di sperimentare uno stato traumatico, cioè che l’Io possa essere sopraffatto e allagato da una quantità di eccitazione non controllabile, e quando proprio la gestione dell’angoscia fallisce da parte delle funzioni egoiche una strada possibile è rappresentata dal suo legarsi a contenuti rappresentativi esterni.

Nell’Isteria di angoscia le forze difensive superano la semplice produzione di angoscia la quale non si trova in uno stato libero e fluttuante, ma si lega ad un oggetto esterno su cui viene spostata e proiettata, al punto che si origina tra la situazione temuta e l’originale conflitto inconscio una connessione che diventa più celata, ossia l’oggetto esterno si pone come simbolizzazione di un impulso inconscio proibito e temuto legato ai desideri edipici.
La formazione dell’oggetto fobico in questione, quindi, stimola il trauma, ossia una eccitazione quantitativamente così intensa che l’Io teme di non saperla controllare, per cui è proprio l’emergere dell’angoscia innanzi l’oggetto identificabile che spinge il soggetto ad evitare la situazione specifica: pertanto, l’angoscia traumatica è alla base delle fobie. Lo spostamento dell’angoscia quindi rende inconsce le idee originali, per cui sono necessari dei sostituti che stabiliscano connessioni associative con l’idea respinta.
In altre parole, la fobia, come sostituto di una rappresentazione inconscia incompatibile, origina dallo spostamento dell’angoscia su un altro contenuto ideativo non incompatibile, che diventa quindi sede di proiezione ed elemento esterno vissuto come pericoloso, perché in grado di attivare uno stato di angoscia traumatica.
Si realizza una proiezione totale verso l’esterno di un pericolo istintuale interno in una progressione tale da originare una rappresentazione sostitutiva, per cui ciò che rimane intellegibile è il desiderio inconscio mentre l’Io si comporta come se tutti i pericoli derivassero da percezioni esterne. La scelta dell’oggetto fobico deriva dalle associazioni, ed è determinante la quantità di angoscia la quale più è intensa più deve essere spostata e proiettata su oggetti vicini, percepibili.
E’ proprio l’intensità dell’angoscia di castrazione, legata al timore di punizione per le fantasie edipiche incestuose, che spinge alla rimozione (principale meccanismo di difesa delle isterie) della rappresentazione ideativa originaria, la cui angoscia viene spostata su un oggetto esterno fobico: nella fobia quindi ha avuto luogo una proiezione vantaggiosa dell’angoscia da un pericolo istintuale interno ad un pericolo percettivo esterno, evitabile e ravvisabile.
Il soggetto isterico riesce quindi a controllare l’angoscia fin quando non incontra l’oggetto fobico, a spese di restrizioni, più o meno estese, per la libertà dell’Io. L’estendersi eccessivo del campo d’azione delle fobie è indice che l’evitamento delle situazioni esterne specifiche non ha diminuito l’efficacia degli impulsi che continuano pertanto ad avere efficienza. Lo spostamento fobico è in un certo modo un meccanismo semplice ma incompiuto, in quanto la rimozione è incompleta e l’angoscia è solo spostata, per cui il soggetto ha bisogno dell’oggetto fobico per sopravvivere.
La natura celata della specifica connessione implica che il significato delle fobie può essere compreso solo alla luce della storia del soggetto e della natura degli impulsi trattenuti. Inoltre accade spesso che le situazioni temute siano anche le più desiderate, ossia il soggetto è spinto a sperimentare proprio ciò che teme di più, e ciò deriva dal fatto che il desiderio inconscio sottostante esprime desideri edipici di natura sessuale, ricordando che sono importanti non i fatti reali in sè del passato quanto le fantasie che il bambino sviluppa e costruisce sudi essi.
In una “Analisi della fobia di un bambino di cinque anni” (1908), il piccolo Hans, Freud mette in evidenza come la fobia del morso dei cavalli restituisce la trama edipica dell’isteria d’angoscia, ovvero lo spostamento dell’aggressività su un surrogato della figura paterna permette al bambino, preso tra i sentimenti teneri per il padre e l’odio per colui che viene a disturbare le sue relazioni con la madre, di conservare intatto il primo sentimento d’amore. Quindi il conflitto d’ambivalenza non viene risolto in relazione alla persona originaria, ma viene aggirato dirigendo uno dei due moti sull’oggetto dello spostamento, e pertanto la fobia rappresenta il tentativo di sciogliere questo conflitto.
Come ricorda Freud:

il padre è ammirato in quanto possessore del grande genitale e temuto come colui che minaccia il genitale del bambino. Sia nel complesso edipico che in quello di evirazione il padre interpreta la stessa parte, quella di temuto avversario degli interessi sessuali infantili proibiti (Freud, 1912-1913, 134).

La forza motrice della rimozione deriva dalla angoscia di castrazione di fronte le pretese della libido, e le vicissitudini dell’ammontare affettivo, una volta separato dalla rappresentazione ideativa rimossa, riguardano la trasformazione in angoscia quale promotrice della formazione sostitutiva affinché una rappresentazione possa sostituire un’altra lungo una catena di connessioni.

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