Di Claudio Nudi

SOMMARIO

La prima parte del presente lavoro tenta di raccogliere e commentare alcuni dei principali tipi di transfert considerati in linea di principio intrattabili o difficilmente trattabili, definiti come “antilibidici” ovvero “perversi” in quanto inconclusivi e deneganti l’Oggetto e con esso la figura dell’analista ed i suoi apporti, con particolare riferimento al problema della difficile conclusione del trattamento.

L’Autore tenta di unificare e connettere una serie di relazioni causali con i loro possibili sviluppi  in una prospettiva interpretativa, ma anche in qualche modo predittiva, sebbene ancora embrionale.

Particolare attenzione è dedicata alla distinzione tra gli aspetti fenomenologico/descrittivi e quelli che sembrano rappresentare il vero tessuto profondo del problema, anche ricorrendo ad esempi clinici adatti ad un tentativo di tipizzazione.

Nella seconda parte viene proposto un approccio terapeutico atto a focalizzare il lavoro della coppia analitica sui movimenti specifici di “de-soggettualizzazione” e “de-oggettualizzazione” che caratterizzano tali situazioni, e si tenta di rispondere alla domanda: “E’ possibile parlare con il nostro paziente dei motivi che rendono impossibile la sua analisi?”

In tale contesto viene proposto di concettualizzare ed isolare una specifica funzione, definita “risoggettualizzante”, che comprende tutti gli interventi atti ad evidenziare il significato e le modalità con cui le parti scisse dell’ Io del paziente si oppongono attivamente alla vicinanza, per quanto riguarda la capacità di accettare la presenza mutativa di un oggetto-terzo con cui sviluppare una relazione non distruttiva o distrutta,  e la separazione, per quanto riguarda la capacità di tollerare la perdita dello stesso oggetto, finalmente concepito come altro avendo avuto accesso alla posizione depressiva.

Parole-chiave: Transfert, anti-libidico, perverso, de-oggettualizzazione, de-soggettualizzazione

ALCUNE MODALITA’ PRIMITIVE DI DEFLESSIONE DELL’ANGOSCIA FONDATE SULL’ATTACCO AL  LEGAME E FENOMENOLOGIE CORRELATE DI TRANSFERT ANTILIBIDICO PERVERSO.  LA FUNZIONE  “RISOGGETTIVANTE”.

INTRODUZIONE

Nella prima parte del presente lavoro ho inteso raggruppare e commentare alcune delle principali  tipologie  di  transfert  considerate in linea di principio analiticamente difficilmente trattabili, da alcuni definite “anti – libidiche” o tout court “perverse”, in quanto inconclusive e deneganti l’Oggetto, e, con esso, anche la figura  del  terapeuta  ed  i  suoi  apporti.

Perfettamente consapevole di quanto possa essere lacunosa ed imprecisa una tipizzazione del genere, mi è sembrato tuttavia utile contribuire a fare il punto su quanto già conosciamo dell’argomento e tentare,  a  partire dallo  studio  della  letteratura nonché dall’esperienza personale e quella di altri colleghi, di ricapitolare e connettere una serie di rapporti  causali con i loro possibili sviluppi in una prospettiva interpretativa ma anche in qualche modo predittiva, sia pure a  livello  ancora  del  tutto  embrionale.  Particolare  attenzione  ho  voluto  dedicare  alla  distinzione  tra  gli  aspetti  fenomenologico/ descrittivi e quella che mi è apparsa invece la  vera  trama  profonda  del  problema,  anche  ricorrendo  ad alcuni esempi che per la loro non – eccezionalità meglio si prestavano ad un tentativo di tipizzazione.

Nella seconda  parte tenterò invece di delineare un atteggiamento terapeutico volto a focalizzare il dialogo della coppia analitica sugli aspetti specifici di de – soggettualizzazione e de – oggettualizzazione  che sembrano essere le chiavi di  lettura di questi percorsi. La domanda cui tenterò di rispondere è la seguente: “E’ possibile parlare con il nostro  paziente degli aspetti che rendono impossibile la sua analisi?”

Spero che questo modesto tentativo possa contribuire in qualche misura ad una migliore  comprensione  dell’argomento,  a mio avviso fondamentale per gli sviluppi futuri della nostra scienza e professionalità, e ad implementarne il dibattito.  Spero altresì di sollecitare in questa direzione l’attenzione degli studenti e dei neofiti, aiutandoli in qualche modo a  riconoscere per tempo alcune tra le situazioni più spinose e problematiche del nostro lavoro. La seconda parte del contributo, per forza di cose, è principalmente rivolta ai colleghi più esperti.

DEFINIZIONE  DEL  PROBLEMA

Nella letteratura concernente la terapia di casi difficilmente analizzabili sono ricorrenti le  tematiche  della  conclusione,  sempre così asintotica e problematica, oltreché naturalmente degli esiti, spesso tutt’altro che attendibili, di questi  trattamenti. La constatazione è indubbiamente vera, il problema sussiste ed  ha  una  sua  pesante  ricaduta  sulla  fiducia  dei pazienti, sullo stress dei terapeuti e sulla rappresentazione collettiva della figura dello psicoterapeuta e dello  psicoanalista, i quali logicamente, dal loro punto di vista, si pongono  il  problema  di  ben  condurre e  portare a buon  fine il proprio compito. Tuttavia, al cospetto di problemi talmente  delicati  ed  importanti,  io  credo  che dovremmo permetterci una riflessione di ordine più generale, rappresentabile come segue:  a)  In questi casi così complessi, il  problema reale è davvero quello della conclusione del trattamento  o non piuttosto quello della sua effettiva efficacia? La questione può essere approfondita, ed assumere la seguente forma: b) Se il concludere in queste situazioni è così  difficile, cosa non siamo ancora riusciti a modificare  nell’intimo dei nostri pazienti? Da ciò consegue una ulteriore domanda: c) Ciò che non siamo riusciti a modificare è davvero in sé inamovibile, o la sua apparente inamovibilità è dovuta ad una qualche nostra forma di cecità? E se  quest’ultima ipotesi è vera, il ragionamento ci porta ad un’ultima questione, inevitabilmente anche in qualche misura  provocativa  d): Tale cecità va addebitata ad una pura insufficienza della teoria o della tecnica, o  non  piuttosto ad  una  nostra visione unidirezionale e talvolta “perversa” di queste ultime?

ESPOSIZIONE  DEL  PROBLEMA

Le personalità che stiamo per prendere in esame, pur nelle loro diversità epifenomeniche, hanno fondamentali tratti  profondi in comune. Tutte soffrono di un rapporto con l’Oggetto severamente disturbato, governato da una profondissima invidia che determina per un verso una radicale sfiducia nell’esterno vissuto come persecutorio, e d’altro canto l’incostanza di qualunque forma di autostima, essendo danneggiate in maniera più o meno grave le strutture primarie che danno l’impulso a vivere ed a relazionarsi. Nei  casi in esame, queste parti  difettuali  rimangono celate, ed  a lato di queste l’Io costruisce nel tempo una serie di strutture compensatorie che consentono al soggetto di vivere in  apparenza normalmente e di avere una serie di rapporti apparentemente soddisfacenti, e, molto più spesso di quanto  comunemente non si creda, anche di un certo successo, pur essendo sostanzialmente fittizi. Su un piano dinamico  profondo, infatti, è negata ogni forma di separatezza, poiché nel passaggio verso la posizione depressiva la condizione di alterità si è evidentemente rivelata insostenibile. Il soggetto permane pertanto in una situazione di scissione  autoerotica totipotente di refusione materna che difende strenuamente, e dalla quale l’oggetto/altro è bandito e rimpiazzato attraverso il feticcio. Sul  piano  transferale,  ma  prima ancora su quello umano e quotidiano, pertanto, il  problema di questi pazienti è quello di evitare in ogni modo possibile una vicinanza “vera”, che possa in qualche modo  modificare questo antico (dis -) equilibrio attraverso un rapporto mutativo con un oggetto – altro. In questa ottica, nel presente lavoro prenderemo dunque in considerazione cinque tipi di transfert, definibili in una concezione allargata e  non solo inerente la sessualità, come  “perversi”, e precisamente:

Transfert ostile/ antilibidico

Transfert  “osservativo”

Transfert dubbioso/ confusivo

Transfert fondato sulla  “dispersione dei sentimenti”

Transfert fondato sulle distorsioni del  Sé

1)  Il  transfert “Ostile/Antilibidico”.

Vorrei anzitutto prendere in esame questa configurazione transferale perché, a mio parere, essa  esemplifica, comprende  e riassume in qualche modo tutte le altre che seguiranno. Mi riferisco ad un tipo di atteggiamento pervicacemente  ostile  in pazienti peraltro assai tenacemente attaccati al terapeuta, che portano in seduta solo il dolore, la rabbia, la lamentela  e la recriminazione.  Nella lunga e sempre complessa ricostruzione dei loro vissuti, queste persone si descrivono  rapportarsi all’altro, che peraltro frequentano spesso anche con apparente naturalezza, costantemente con riserva e  sempre in attesa di disillusioni ed aggressioni, nel proprio intimo svalutandolo e aggredendolo ogni volta spietatamente. Specularmente, è sempre presente l’idea di essere perseguitati da un destino maligno ed avverso insieme ad  un’autopercezione di piccolezza, indegnità ed impotenza, contrapposte a figure idealizzate onnipotenti e   irraggiungibili, e come tali odiate e pericolosissime, tra le quali viene naturalmente collocata in maniera più o meno evidente anche quella del terapeuta. La parte cosciente di questo complesso di sentimenti costituisce la fonte di  maggior  sofferenza  da  parte  del  paziente, e pertanto dovrà essere accolta con estrema attenzione e delicatezza in quanto rappresentante attuale di  precocissimi conflitti con figure genitoriali vissute come profondamente distanti, ostili e contraddittorie, odiate ma al  contempo idealizzate. In ragione della qualità delle esperienze patite, delle fantasie su queste costruite, e delle  circostanze contingenti, l’unica forma di espressione possibile da parte di questi soggetti è pertanto un “J’accuse”  interminabile nei confronti delle figure significative, cui esibire continuamente la propria sofferenza ed i propri  fallimenti, conseguenza del loro comportamento sbagliato e crudele di genitori incapaci. L’esperienza del dolore e della  rabbia cosciente, tuttavia, non costituisce qui l’essenza ultima del problema, che invece si sustanzia e rivela piuttosto  nel circulo vitioso che proprio per le sue caratteristiche intrinseche condanna il paziente ad una intima inflessibile  conflittualità con i propri oggetti interni, e pertanto ad una sofferenza senza fine. Dal punto di vista del terapeuta si  tratta sempre di un lavoro lungo e talora sfibrante, in cui il silenzio empatico non basta, e dove l’esortazione, la  rassicurazione o, peggio, l’apologo ottengono effetti esattamente opposti a quelli desiderati, mentre il paziente  rivendica a gran voce il suo diritto al dolore ed alla lamentela e ci rimprovera di essere incomprensivi, di  tacere, di non  averlo ancora  “guarito” e così via. Nel corso del tempo sono venuto a conoscenza di molte situazioni in cui il problema  è stato affrontato in termini di resistenza e come tale interpretato o “confrontato” al  paziente. L’unico risultato che in  tal modo si è ottenuto è stato quello di farlo sentire profondamente incompreso, ancor più malato e sbagliato, e dal suo  punto di vista assolutamente a ragione, giacché in tal modo è stata completamente fraintesa quella che era la sua vera  “domanda”, e si è perso completamente di vista il  fatto che il soggetto con questo tipo di problema è intrappolato in un  gioco perverso la cui posta, del tutto inconsapevolmente, è proprio la ratifica dell’incompetenza del terapeuta che gli  consentirebbe di trionfare passivamente anche su di lui, inverando con ciò la sua “coazione  di  destino”. L’esperienza  mi ha insegnato anche che, sia che si affronti direttamente il problema, sia che si adotti una linea attendista di puro ascolto empatico, è comunque sempre necessario molto tempo, a volte moltissimo, perché il discorso possa essere  compreso a fondo, e con ciò sottrarsi alla tirannia del paradosso che lo governa per orientarsi in  direzioni  più  proficue;  e questo perché il soggetto ha appreso ad appagarsi (né d’altro canto avrebbe potuto fare diversamente) del beneficio, del tutto temporaneo ed ingannevole, dell’evacuazione della rabbia originaria proiettata sulle figure significative, ed  oggi sul terapeuta.

Tra le tante modalità espressive di questo sentimento così  dannoso assume particolare rilievo per il nostro tema  la  c.d.  “sindrome di Penelope”, forse la più evidente tra le diverse manifestazioni dell’ostilità rigettante inconscia nei  confronti dell’Oggetto, ove il paziente distrugge ogni volta, di seduta in seduta, le nuove acquisizioni, quasi che gli  fosse impossibile conservarle e renderle operanti, ovvero si rifiutasse di tenerne conto, ricominciando ogni volta da  capo.

Dopo diversi anni di lenta e faticosissima analisi, una paziente di circa cinquant’anni, al termine di  una  lunga  catena  associativa  osservò che il senso complessivo della prima parte della seduta poteva riassumersi  in  un  semplice  “tanto  non mi cambi”. Le dissi che anche io avevo colto lo stesso messaggio e le sottolineai garbatamente il problema senza  aggiungere altro. L’argomento rimase sullo sfondo per diverse sedute, ed io mi limitai a sfiorarlo, in maniera  attentamente non provocativa, quando il discorso lo consentiva, finché fu lei stessa a riprenderlo perché “voleva  capirlo meglio”; e solo da quel momento in poi poté  iniziare, assai lentamente, ad oggettivare questo suo aspetto  ferocemente oppositivo ed immobilizzante, riattivando una serie di connessioni che precedentemente aveva colto più  volte ma che non era mai riuscita ad utilizzare.        

Rimanendo ancora nell’ambito del transfert ostile, una nota a parte, a mio parere, meritano quei soggetti che in seduta  si lamentano con particolare accanimento di qualcuno (partner, figure  parentali, colleghi, personaggi significativi del  presente o anche del passato), ritenuto causa agente di tutti i loro problemi o malesseri. Nella mia esperienza, molte di  queste situazioni traggono in inganno lo psicologo di primo livello  e  lo inducono a prescrizioni di terapie sistemico – relazionali del tutto inutili nei casi in oggetto, giacché il problema non è  affatto quello  che il paziente crede e  vorrebbe  farci credere, ma attiene piuttosto al tema qui in discussione, nel caso specifico complicato da un sovrapporsi di operazioni proiettive e di spostamento che non possono certo essere ridotte senza un’attenta ed approfondita analisi del  transfert. Direi, anzi, che in circostanze del genere ci si offre l’opportunità di un importante differenziale  patognomonico: in situazioni meno severe, di norma, dopo un periodo di ambientazione (e comunque sempre dopo  essere stato attentamente ascoltato nelle sue lagnanze), il paziente riesce sia pure con difficoltà a convincersi che il  vero motivo dell’incontrarsi non è una terapia di coppia o familiare  in  assenza  delle  controparti e/o  che  il  terapeuta  non è un avvocato matrimonialista né un esperto in  questioni  lavorative o sindacali. Quando invece sembra che sia  incapace a comprenderlo, e osserviamo ripresentarsi tali argomenti “evasivi” in coincidenza con temi per lui  particolarmente implicanti e dolorosi, legittimamente dovremo pensare alle prime manifestazioni di una ben più complessa e strisciante reazione terapeutica negativa, e conseguentemente disporci ad affrontarla attraverso  un’approfondita analisi del  transfert. Se questa operazione riesce, nel corso del tempo il soggetto  potrà  iniziare  – assai  gradatamente – ad oscillare tra momenti in cui ancora prevalgono le parti scisse distruttive ed altri di relativa  consapevolezza e talvolta persino di grata partecipazione, che ci segnalano il progressivo svincolarsi di elementi  costruttivi dalla trappola dell’invidia. Sarà dunque in questi momenti  più  facile intervenire, mostrando al paziente i  suoi differenti stati d’animo e consentendogli di riconoscere finalmente il suo funzionamento scisso, anche  riconnettendolo alla sua storia personale.

2) Transfert “Osservativo”,  che giustamente altri colleghi hanno paragonato ad una situazione di “supervisione” in  cui  la parte sana dell’Io si lega affettivamente al terapeuta mentre la parte scissa vi si sottrae rendendosi inanalizzabile.  L’intenzione profonda del soggetto è qui spostata dal curare la parte malata all’apprendere come gestirla, con l’intima riserva di non dovervi rinunciare.

Questa configurazione evoca tipicamente la perversione sessuale, in  particolare  esibizionistica/ voyeurista, dove il piacere alimenta ed incoraggia la scissione escludendo l’incontro, evento temibile che sarebbe qui errato riferire  all’angoscia di castrazione essendo invece imputabile principalmente alla negazione dell’Oggetto – altro.

Da poco avevo accolto un paziente che aveva visto troncata la propria analisi a causa della morte improvvisa del terapeuta. Ciò che lo aveva convinto a riprendere il lavoro analitico era stato un sogno, avuto circa sei mesi dopo la drammatica interruzione, in cui si alzava da un letto su cui vedeva giacere un uomo nudo, morto, e frettolosamente si rivestiva per andarsene. Gli era stato subito chiaro che il morto era il suo analista, ed immediatamente si domandò il perché di quella rappresentazione così particolare. Cosa non era andato per il giusto verso nella loro relazione? Cosa faceva in quel letto, invece di analizzare? La cosa non lo convinceva affatto, e fu con questa domanda che si presentò al mio studio.

Personalmente, ritengo utile qui operare una ulteriore distinzione. Esistono persone ormai incallite nei loro contorti  percorsi libidici profondi, i quali “giocano” con le loro perversioni in perfetta egosintonìa, le esibiscono con  naturalezza  e quasi le propongono al terapeuta, ed altri che invece le subiscono e sinceramente si dolgono di non  riuscire a farne a meno. La differenza, anche dal punto di vista  dell’aspettativa dei risultati, non è di poco conto.

Un mio paziente, anche lui sulla cinquantina, aveva avuto un percorso terapeutico alquanto complesso e discontinuo,  e in più di un’occasione si era lamentato del fatto che i suoi precedenti analisti, arrivati ad un certo punto, “non erano  iù stati in grado di indicargli la via”. Nella sua sofferta narrazione, peraltro puntuale ed onesta, raccontava di averli  “provati un po’ tutti”: a suo dire, alcuni continuavano a riproporgli l’Edipo e l’angoscia di castrazione, mentre altri  sembravano inerti e privi di strumenti di fronte alla sua depressione ed alle sue perversioni, sessuali  e  non.  Si  sentiva umiliato ed  incurabile,  e  soprattutto  incompreso  nella  sua  volontà  di  capire  il  problema  e  tentare  di  risolverlo,  e non riusciva ad accettare l’idea che nessuno riuscisse ad indicargli, come diceva lui, “da che parte guardare”.  Dopo  diversi anni di lavoro, poiché lui stesso  più volte aveva accennato ad una ricorrente percezione di non completa  partecipazione alle cose, ed ad una sua peculiare forma di vergogna corporea accompagnata da un sottile “pudore dei  sentimenti” che sperimentava in segreto con se stesso fin da bambino, gli proposi di indagare insieme su questi aspetti  evitando di ricorrere a teoremi e definizioni già note. Dopo alcuni mesi avevamo raccolto una quantità di informazioni  preziose, e fu lui stesso, ad  un certo  punto, a rendersi conto che, aldilà di tutti i suoi sinceri sforzi intellettuali, recava  in sé una profondissima riserva, una sempre vigile incapacità all’abbandonarsi, una“distanza” che  gli impediva una  piena alleanza terapeutica, e ciò gli consentì di osservarla e discuterla come essenza centrale, tragica, del suo  problema.   

3) Transfert “Dubbioso/Confusivo”.  Il dubbio cronico, così come anche la confusione nel pensare e nell’esporre,  costituiscono forme negate di aggressività distruttiva nei confronti di un oggetto primario  percepito  come  inattendibile  e crudele. La rabbia scissa è qui celata sotto le spoglie dell’incertezza, dove oggetto e soggetto vengono alternatamente  incolpati ed assolti, distrutti e recuperati in una  rimuginazione  infinita  che  non  consente  di  pervenire  ad  un  pensiero  chiaro  e  ad  un’opinione  certa  e  definitiva  su  questioni emotivamente  e/o  affettivamente  significative,  situazione che tende a contaminare tutto il vissuto ed è potenzialmente in grado di mutilare un’intera esistenza:

Una giovane donna proviene da una famiglia rigidamente gestita da una madre descritta da più parti come “un  carabiniere”, che a  vent’anni ancora la “mette  in  punizione” e decide delle sue scelte in maniera inappellabile. Il  padre è persona tutto sommato debole, e nella famiglia svolge un ruolo di puro procacciatore di risorse. Dopo un   corso di studi superiori, la giovane inizia l’Università e conosce un uomo di sette anni più grande ma ancora senza  un  lavoro definito con cui intraprende una relazione assai intensa  ferocemente osteggiata dalla famiglia. In un primo  tempo il rapporto sembra fiorire, ed in questo periodo la ragazza ha la  prima  esperienza  sessuale  completa,  e  trova  la forza per contrapporsi ai  diversi  ostacoli  e  divieti  imposti dalla madre con  la connivenza e la partecipazione  del  marito e dell’altro figlio; ma dopo un paio d’anni la spinta individuativa si esaurisce e il malessere tracima nella  relazione iniziando a minarla mettendo in dubbio lo stesso sentimento. I rapporti sessuali si rarefanno o, quando  hanno luogo, lei sostiene di “non sentire nulla”,  anche se i due sembrano comunque ancora legati da un grande  affetto. A questo punto, però, il partner di lei commette un gravissimo errore: pur innamorato, ma esasperato da una  relazione divenuta penosa e insoddisfacente, tradisce la donna e glielo confessa, sottraendole così  l’unico punto certo  cui aggrapparsi. Lei progressivamente vira sull’immagine idealizzata di un altro uomo “ più nobile, più alto e più  magro”, ed inizia a tradirlo a sua volta.  La relazione nonostante tutto ancora non si estingue, ed alla fine i due  addirittura si sposano. Lei cerca l’aiuto di un professionista, ma ben presto il dubbio si insinua anche li,  e la terapia  viene interrotta. Un secondo tentativo con un clinico più esperto ma probabilmente giunto troppo in ritardo non riesce  ad incidere più di tanto sulla comprensione del vero problema. La giovane abortisce per cinque volte nel corso di ben  diciassette anni di relazione, di cui sette di matrimonio. Dopo ancora qualche anno i due si lasciano nella più  completa reciproca incomprensione. A diversi anni di distanza ho avuto indirettamente notizie di questa persona: per  quanto mi è stato dato sapere, ha avuto diversi partner ma non si è più sposata, non ha avuto figli e  nuesto  punto  deve  essere  immediatamente  colto  ed  affrontato.on  ha nemmeno  finito l’Università. Lui è diventato un professionista di riconosciuto valore.

Nel transfert, l’atteggiamento descritto si traduce in una sorta di silenziosa, corrosiva ed ingravescente intima riserva  che impedisce la piena e fiduciosa adesione al progetto terapeutico e lo mina dall’interno in tutti i modi possibili,   giacché il paziente cerca più un punto di vista certo e rassicurante,  talora una vera e propria “assoluzione”, che non  l’elaborazione del suo tema centrale. Nella mia esperienza, diversamente da altri tipi di transfert perverso che hanno  bisogno di molto tempo per evidenziarsi e maturare,  tale atteggiamento dovrebbe essere colto il più precocemente  possibile per non dare il tempo a questo vero e proprio “sabotatore interno”  di fare proseliti tra le parti sane dell’Io.  Aldilà di questa precisazione puramente “strategica”, comunque, anche in questo caso come negli altri qui riassunti la  questione non si esaurisce di certo liquidandola come resistenza, bensì problematicizzandola, esponendo cioè con  chiarezza la situazione al paziente in maniera attiva e  creativa,  e  chiedendo la sua partecipazione nel farsene carico e  nel venirne a capo, a pena della non riuscita della terapia; mentre d’altro canto la consapevolezza da  parte  del  paziente  che il terapeuta ha colto la vera essenza del problema contribuirà a ripristinarne almeno in parte la fiducia.  Io chiamo  questo particolare aspetto della mia attività terapeutica, di cui peraltro mi avvalgo  esclusivamente  nei  casi  in  oggetto,  e che adatto di volta in volta alla situazione obiettiva,  “funzione  risoggettivante”,  argomento su cui riferirò meglio più  avanti.

4) Transfert promiscuo, da taluno definito, a mio parere inesaustivamente, “di fuga”, fondato sulla continua  sostituzione dell’Oggetto e sulla “dispersione dei sentimenti”. L’incostanza e la mutevolezza degli attaccamenti rende  questo tipo di paziente difficilmente trattabile, giacché la sua personalissima coazione a ripetere consiste proprio nel  distruggere ogni potenziale legame significativo prima che possa consolidarsi come tale. Nella storia di queste  personalità è quasi sempre possibile rinvenire severe delusioni subìte precocemente da parte di  genitori  percepiti  come  indifferenti e più o meno inconsciamente sadici, tali da  indurre il bambino a non affidarsi ed a non dipendere mai più  da nessuno.

Una giovane e piacevole signora chiese il mio aiuto per una serie impressionante di fallimenti sentimentali. Viveva con  un uomo ormai da parecchio tempo, ma dissapori ed incomprensioni iniziavano ormai a susseguirsi in maniera assai  disturbante, sì da indurla a  pensare di tornare a vivere da sola con la figlia. Iniziò a raccontare la sua storia, e ben  presto si evidenziarono un padre completamente assente ed una conflittualità spietata con la madre, tale da indurla ad  abbandonare la casa dei genitori all’età di quattordici anni. Aveva inizialmente vissuto di espedienti, ma dopo molti  anni era finalmente riuscita ad approdare ad una condizione di relativo benessere aprendo un piccolo atelier di  moda:  la vicenda sembrava dunque essersi finalmente risolta per il meglio, tranne per questi aspetti di inconcludenza ed  insofferenza affettiva per i quali la signora era venuta in terapia e che le “distruggevano la vita”. Sembrava contenta  di venire in seduta ed era spigliata e loquace, ma io percepivo che il suo raccontarsi aveva un che di sfuggente e  sottilmente imprendibile, un che di distante che lasciava una sensazione come di “lavorare con la sabbia”, senza  riuscire a lasciare un segno stabile né un sedimentato del detto. Infastidito e preoccupato da questa sensazione così  particolare e spiacevole, proposi la questione al mio supervisore di allora che mi suggerì di proporle di vederci con  maggior frequenza per poterla seguire meglio in un momento talmente delicato della sua vita. Il provvedimento si rivelò ben presto un gravissimo errore. La reazione fu immediata, il clima delle sedute cambiò radicalmente e la  donna   si ritirò su posizioni esplicitamente difensive. Io stesso d’altro canto,  all’epoca molto meno esperto, non trovai altra  soluzione se non quella  di arroccarmi su argomentazioni tecniche, peggiorando ulteriormente le cose.  Dopo altri due  incontri la paziente mi avvertì che non sarebbe più venuta, cosa che infatti puntualmente accadde.   

Avendo avuto in seguito più volte l’occasione di trattare situazioni simili, ed avendo sperimentato altre diverse  modalità di approccio, la mia netta impressione è che l’unico modo possibile per avvicinare questo tipo di  problematica   sia esattamente l’opposto di quello che la  tecnica  generale raccomanderebbe  –  segnatamente, una cadenza serrata  delle sedute ed un particolare rigore nella gestione degli aspetti contenitivi del setting.  E’ indubbiamente condivisibile   che in situazioni meno severe ed in altri contesti storici e culturali certe logiche precauzioni possano o potessero  raggiungere il loro scopo: di certo però, in questi casi, ed a maggior ragione in un tessuto socioculturale come quello  attuale, in cui concetti quali “libertà” e “regola” sono interpretati in maniera talmente soggettiva e confusa, tali   accorgimenti tecnici rischiano di ricalcare esattamente ciò che questo tipo di paziente teme di più, cioè essere  ricondotto ed imprigionato all’interno di una situazione sadica e vessatoria, evocativa di quella dalla quale era  riuscito a svincolarsi a prezzo di  distorsioni e fratture interne dolorosissime. Per questi  motivi  mi sono convinto che  l’unico modo possibile per approcciare questo tipo di personalità consista nell’offrire uno spazio espressivo in cui  possa liberamente raccontarsi, sottoponendola al minor numero di condizioni possibile, senza peraltro fare  “concessioni” che alterino la giusta asimmetria del rapporto, ma semplicemente adeguandosi alla situazione oggettiva  evitando di chiedere al paziente ciò che questi  non è,  almeno attualmente, in grado di dare. Anche qui il saper  attendere è vincente, e posso testimoniare che in più di un caso è stato possibile, nel  tempo,  passare  da  una  situazione  di pressoché esclusivo ascolto ad una più assai incisiva di genuina introspezione.

6) Svalutazione del  Sè / Falso Sè

Le reazioni transferali fondate sulle distorsioni del Sé sono a mio parere le più complesse e per certi versi le più  interessanti e sorprendenti. Stupiscono e lasciano sovente “spiazzati” le modalità, a loro modo creative, con cui questi  pazienti hanno appreso a proteggersi dalle irruzioni penetrative e violente delle persone per loro significative anche a  costo di uscire temporaneamente fuori dai limiti del pensiero logico per poi rientrarvi con naturalezza. Nell’esempio  che segue si può ben cogliere il funzionamento scissionale del  soggetto, in questo caso singolarmente vicino al livello di coscienza.

Il paziente, un militare di circa quarant’anni, inviatomi da un collega psichiatra con una diagnosi di “personalità  infantile” con la curiosa puntualizzazione “ non psicotica”, aveva subito in maniera annichilente il rapporto con il  padre, un uomo dalle idee chiare su tutto e che si era “fatto da sé” sotto ogni riguardo, soverchiando completamente  qualsiasi compensazione materna ed inducendo nel figlio un legame di rabbiosa quanto impotente sottomissione e  dipendenza. In seduta, questo paziente tendeva ad esprimersi in terza persona, e solo dopo diversi anni aveva trovato   il  coraggio di farsi carico delle cose di cui parlava.  La sua narrazione era tuttavia elusiva, spersonalizzata e talvolta  semidelirante: la sua infanzia era singolarmente ricca  di  dimenticanze, di vuoti e di assenze, e lo stesso rapporto con  la madre era stato completamente rimosso. Sorpreso nella prima giovinezza a masturbarsi, il ragazzino aveva  strutturato la percezione di essere  “immondo”(sic), ed un tale terrore del rimprovero paterno da inibirsi  completamente qualsiasi tipo di rapporto  con  l’altro  sesso, tanto da essere ancora vergine alla sua età. Ma era  andato ben oltre le pure faccende sessuali. Sentendosi – e ritengo a ragione – perennemente osservato e valutato a  tutto  campo dal padre, pur rendendosi perfettamente conto dell’illogicità di certe sue operazioni mentali, mentre da un lato  lo aggrediva continuamente con domande reiterate, sciocche e petulanti, dall’altro si “infilava nella sua mente” per  carpire il segreto della sua  forza, per ispirarsi a lui e per evitare i suoi terribili rimproveri anticipandone il pensiero.  Ovviamente, attivava processi  mentali analoghi anche nei miei confronti. Infine, poiché doveva conciliare queste  fantasie idealizzanti con la sua spaventosa angoscia di castrazione, si costringeva a pensare che il padre, come anche  il sottoscritto,“veri uomini che non pensano a certe sciocchezze immorali”, non avessimo o non avessimo avuto una  vita sessuale.

Quest’uomo aveva portato avanti sin da piccolissimo una sua silenziosa rivolta, ben esemplificata in un sogno di  inizio  analisi; anzi, era stato proprio in ragione di questo che avevo sperato in un esito positivo del trattamento. “Sono in  divisa, al cospetto del Presidente della Repubblica. Mentre lo guardo, intimorito, mi accorgo che i calzini che   indossavo non erano d’ordinanza. Dovevo essermi sbagliato nel vestirmi per partecipare alla cerimonia.”

Nonostante le mie speranze, la rivolta, nata silenziosa, tale sarebbe rimasta ancora per lungo tempo, e, in barba a  tutte le mie buone  intenzioni,  si  sarebbe indirizzata anche contro il nostro lavoro sotto la forma di una negata, ostile  e terrorizzata immobilità. Il paziente fingeva di non  capire  ciò  che  andavamo  dicendo, ma, messo alle strette, ammetteva esplicitamente di aver capito perfettamente tutto e di star  facendo, come riconosceva lui  stesso, il “pesce in barile”. Ogni nuova acquisizione o scoperta veniva di volta in volta soffocata da fiumi di sintomi, e messa in  discussione da contorsioni logiche al limite del paradosso,  della cui natura del tutto irrazionale il paziente si  dichiarava tuttavia perfettamente consapevole, rivendicandole al tempo stesso come “unica soluzione possibile”. Dopo diversi  anni, approfittando del  fatto che il padre gli aveva  detto che il nostro lavoro lo aveva “molto migliorato”, cominciò ad accennare di voler concludere il trattamento, profondendosi in ringraziamenti per il mio aiuto e asserendo di essere  “fermamente deciso ad abolire la sessualità dalla sua vita”, ma al contempo dichiarando con tranquilla naturalezza   che sapeva benissimo che non era possibile e che quindi non ci sarebbe mai riuscito. Proprio alla fine di una seduta  che pensavo sarebbe stata una delle ultime, ebbi un agito, e mi lasciai scappare un moto di stizza dicendogli:“Ma Lei se ne frega proprio della ragione!” Mi guardò perplesso e fece un cenno di assenso con il capo, dopodiché se ne andò.  La seduta successiva, sorprendentemente, il suo atteggiamento era mutato. La difesa stolida aveva ceduto, e il  paziente  iniziò a confidarmi i suoi reali timori e perplessità rispetto ad un eventuale cambiamento in maniera assai più  ragionevole e concreta del consueto. La sua analisi è tuttora in corso …. ma forse sarebbe meglio dire che è  finalmente iniziata.

Devo confessare di essermi a lungo interrogato su questo caso, ed ancor oggi di non aver trovato una risposta  soddisfacente sul come avrei potuto diversamente, e con quali esiti, condurlo. L’impressione, chiarissima, è che le  regole apparentemente complesse ma in realtà naturali e logicamente congruenti della teoria e della tecnica analitica  fossero ogni volta aggirate da una parte di personalità rotta a tutte le strategie più mimetiche, e che sotto le spoglie di  un’apparente stolidità agisse un acuto osservatore dotato di grande predittività tattica ed intelligenza che solo il mio  involontario intervento di confrontazione, imprevedibile quanto violento, era riuscito a sorprendere, peraltro senza  alcun merito specifico da parte del sottoscritto, ma in maniera una volta tanto decisiva.

LA   “FUNZIONE  RISOGGETTIVANTE”

E’ esperienza condivisa dalla collegialità psicoanalitica la constatazione della complessità, delicatezza ed aleatorietà  implicita a percorsi terapeutici come quelli qui descritti, come già detto con particolare riguardo al tema della  conclusione. Anche la  stessa letteratura, di fronte a queste situazioni, si limita per lo più a rileggere  e  descrivere,  sin  troppo spesso limitandosi a diligenti ricapitolazioni del noto in un’esegesi a volte assai raffinata;  ma di rado riesce a  suggerirci, se non altro in via ipotetica, qualcosa di più.  Per tentare di chiarire queste difficoltà sono state chiamate in  causa motivazioni diverse, dalla “debolezza” al “lavoro in negativo” al “non – lavoro” dell’Io, tutte sostenute con  argomentazioni importanti e sottili che indubbiamente rappresentano un potente sforzo di comprensione. Tuttavia, il  descrivere un fenomeno non conduce  necessariamente a chiarire le personalissime ragioni del perché accada nella  situazione data. Riprendendo quanto affermato in premessa al  presente  lavoro,  a  suo  tempo  mi  sono  chiesto  invece  se non fosse possibile, ed eventualmente in che modo, riattivare in funzione di pensiero le risorse dell’Io del  paziente  a  favore del lavoro analitico.

L’origine di un tale interogarsi risale all’inizio degli anni ’80, e nasce da una discussione con un mio supervisore di  allora a proposito dell’interpretare o meno l’invidia primaria. Persona degnissima e di grande valore, egli sosteneva che  l’invidia del paziente non dovesse essere interpretata, a pena di un’ulteriore implementazione di questa, con  conseguenze catastrofiche sull’intero processo. Io obiettavo con forza che un capitolo così ingombrante e  potenzialmente immobilizzante del nostro lavoro non poteva essere lasciato all’intuizione del soggetto, e che una  teorizzazione di tale importanza doveva invece essere indicata, spiegata e partecipata al paziente perché potesse  avvalersene. La risposta fu che dovevo “decidere se fare il freudiano o il kleiniano”,  il che contribuì non poco a  ridimensionare, salutarmente, la mia idealizzazione giovanile della figura del didatta. Ho ritrovato situazioni analoghe  assai spesso nel corso della vita: ogni volta sembrava che, in funzione dell’area di appartenenza, certi temi non  potessero essere accolti e discussi, quasi fossero un tabù, e che seguire un  filone  di  pensiero  dovesse  necessariamente  escludere le scoperte dell’altro; e mi tornava continuamente alla memoria quell’affermazione straordinaria di Freud  per la quale “ha diritto a chiamarsi psicoanalista chiunque lavori sul  transfert e sulla resistenza, anche se arriva a  risultati diversi dai miei”[1]. Solo in seguito avrei compreso quanto l’appartenenza possa pesare anche sullaon riflessione  scientifica, e quanto l’asseverazione ed il  ribadimento delle certezze, o presunte tali, confluisca e diventi elemento  cementante il narcisismo secondario, entrando con ciò a far parte stabilmente del Sé adulto: un atteggiamento  certamente comprensibile e tutto sommato legittimo nelle questioni banali, ma che costituisce una  formidabile  ipoteca  nei confronti del nuovo, perlomeno del nuovo non scelto da noi. Per avere un quadro complessivo e più preciso della  questione, ricordo che ripresi anche attentamente in considerazione l’intera storia del movimento psicoanalitico, e  giunsi a pormi la domanda se certe divisioni e determinate apparenti inconciliabilità teoriche non fossero in gran parte  da imputare più a difficoltà di comunicazione tra precursori che non a dati oggettivi. Da allora, la mia ricerca personale,  culturale e teorica volge più al riconciliare che non a dividere: e così, ad esempio, arrivo al convincimento che  la  perversione  sessuale  altro non sia che un epifenomeno di ben altre più intime e profonde “perversioni”, il cui vero  senso è da ricercarsi nell’inattingibilità di un Oggetto, destinato ad essere ogni volta rimpiazzato da un  feticcio, e di  un  Io mai stabilmente costituito ed anzi continuamente autoaggredito in quanto percepito come inferiore e mutilato,  irrimediabilmente sconfitto e pieno di vergogna e di rabbia. Se tali premesse sono corrette, non dovrebbe meravigliarci più di tanto che taluni dei nostri pazienti si attardino per anni a rimpiangersi ed a compiangersi, consumandosi nel  corpo a corpo con un oggetto interno rifiutante e rifiutato, né che altri, pur chiedendo disperatamente aiuto, non possano accoglierlo ed anzi tentino di prenderne disperatamente le distanze in quanto rappresentante di un altro che  non  riescono a far proprio non avendolo mai pienamente riconosciuto, o che, in queste disperate solitudini, la mente cerchi  le soluzioni più bizzarre pur di non entrare in contatto con la propria intima tragedia. Né dovrebbe stupirci,   infine, che queste persone non riescano ad elaborare il distacco, perché – volendo semplificare – si sta troppo bene,  accuditi da un fantasma cui puoi dire tutto senza il timore del giudizio, che ti ascolta senza parlare più di tanto, con cui  puoi anche litigare ma che sta sempre attento a non ferirti e che forse, chissà, ti vuole anche un po’ di bene, pur con  tutti i tuoi ignobili difetti. Nella lamentata “difficoltà a concludere” positivamente questi trattamenti, pertanto, io vedo  piuttosto una conclusione assente, un non – esito dovuto ad una insufficiente elaborazione del tema ultimo, che  consiste, per quanto ho potuto osservare, in una ferma opposizione di una parte dell’Io a consentire l’accesso sulla  scena psichica del padre terzo separante, e ciò in ragione 1) delle circostanze specifiche che hanno perturbato e  interrotto il naturale transito dalla dipendenza assoluta all’esperienza della continuità del Sé, al sano costituirsi come  soggetto e sino alla rottura della relazione diadica primaria,  e/o  2)  della  presenza di un padre reale che non si è  prestato ai suoi compiti di accoglimento, di guida e di idealizzazione,  ovvero si è mostrato disinteressato, anempatico o addirittura rigettante, tale da generare a sua volta nel bambino una reazione di rigetto e di parziale refusione con l’Oggetto  primario, sebbene in  forma scissa.

Il compito dell’analista è di far sì che tutto questo coacervo di emozioni e sentimenti possa essere portato alla luce e diventi oggetto di pensiero, estraendolo dal magma indifferenziato e antichissimo che lo ha generato. Nel mio lavoro  quotidiano, io ho trovato utile concettualizzare ed isolare una funzione specifica che ho denominato “risoggettivante”,  che comprende tutto il complesso degli interventi che si propongono di evidenziare il senso e le modalità attraverso cui  la parte scissa dell’Io del paziente si oppone attivamente alla vicinanza, per ciò che concerne la capacità di accettare la  presenza “mutativa” di un oggetto – terzo con cui intessere una relazione non distrutta o distruttiva;  ed alla separazione, per ciò che concerne la capacità di elaborare il lutto della perdita dall’Oggetto e poi dell’oggetto  –  terzo, segnatamente il terapeuta, finalmente concepito come altro e come intero, avendo avuto accesso alla posizione depressiva. Mi propongo, in altri  termini, di richiamare gradatamente alla coscienza, e di implicare più direttamente, quella parte  dell’Io che si rifiuta di cooperare cogliendone le segrete personalissime motivazioni, portandole alla  luce ed aiutando  il paziente ad elaborarle: riconsegnare cioè all’Io del soggetto una parte che,  mio modo di vedere, a non è  assente  sopita, ma anzi attivissima e ferocemente risoluta a non evolvere, che recita “Voglio stare nella fusione ed essere accudito fin quando  mi parrà, perché mi sono state negate delle cose per me fondamentali e devo riaverle a qualunque costo”, senza mettere  però in conto che si tratta di una fusione pericolosissima con un oggetto odiato, distrutto e tossico, destinato a  promuovere sofferenze inaudite che possono durare tutta una vita. Perdendo di vista questi aspetti e non  intervenendovi, pertanto, l’analisi potrebbe diventare persino iatrogena, come talvolta abbiamo visto, purtroppo,  accadere.

Sarebbe impossibile qui enunciare un “metodo”, oppure elencare una serie di esempi su come porre in essere la  “funzione risoggettivante”, ma confido che una riflessione attenta su quanto vado esponendo possa valere se non altro a  introdurla efficacemente, e mi limito dunque qui a ricapitolarne la questione centrale, così come posta nell’incipit: “E’  possibile parlare con il nostro paziente degli aspetti che rendono impossibile la sua analisi?” Affogare lo spazio  analitico (così come del resto tutta la propria vita) in un mare di recriminazioni e di autocommiserazioni, sterilizzarlo nel dubbio ossessivo o nella rivolta rabbiosa, tenerlo a distanza pur giocando sadicamente al suo interno, o stravolgerlo  attraverso spericolate acrobazie mentali, non possono a questo punto essere intesi come meri atteggiamenti difensivi quali erano originariamente, ma devono ormai essere considerati e trattati come veri e propri stati della vita psichica, di cui vanno enucleate le ragioni ed il senso, indicandoli e  problematicizzandoli al paziente, perché possa sottrarsene.

L’atteggiamento terapeutico “risoggettivante” comporta da parte dell’analista un’acuta capacità di sintesi nel ricongiungere il pregresso al “qui ed ora”, estrapolando il significato complessivo di una storia e cogliendo il  senso  del  nostro  intervenire,  nel  momento  dato,  in  quella  storia;  e soprattutto una acquisita abilità a cogliere quel che accade  sotto e prima delle parole attraverso un’abitudine al  “salto  di  livello” logico che si affina solo con l’esperienza ed il  metodo, e che talora per essere compreso deve parzialmente prescindere persino dalle libere associazioni, o  perlomeno  dallo “strato superiore” di queste[2]. Questo modo di procedere, che, ribadisco, adotto solo nei casi in oggetto, merita  almeno due considerazioni, la prima riguardante la tecnica, e la seconda che coinvolge anche la rappresentazione che  noi analisti abbiamo di noi stessi e della nostra professionalità. 1) La posizione di attesa del terapeuta, che pure è e  rimane l’unica possibile nei trattamenti “classici”,  ci colloca però in una situazione di cronico svantaggio rispetto alle  segrete alchimie mentali della parte scissa dell’Io del paziente, laddove la funzione risoggettivante richiede invece una  quantità discreta di iniziativa da parte dell’analista, e una certa dose di adduzione, comportante un aumentato margine  di possibile errore rispetto alla classica interpretazione “di rimessa”;  e, 2) La funzione risoggettivante mette in  discussione, anche se solo in contingenze ben determinate, la visione dell’analista come puro ed ineffabile specchio  opaco in attesa delle scoperte del suo paziente o altrimenti in flagrante violazione del principio di astinenza se non  addirittura in odore di  manipolazione del transfert, ma introduce piuttosto nella conduzione della terapia un momento attivo in cui  scientemente il clinico propone informazioni strutturanti, prodotto di una metariflessione mirata e specifica che, vorrei  precisare, non si concretizza in roboanti pamphlet, né in sofisticate elucubrazioni metapsicologiche, quanto piuttosto in  una maieutica, spesso riassunta in una frase, o in una spiegazione semplice e chiara, o più spesso in una confrontazione   con aspetti profondi di cui il paziente non è consapevole ma che, se ben proposti, non tarda a riconoscere come propri.

Anche sulla questione del timing, cioè sul quando intervenire in maniera più attiva  per  confrontare al paziente le sue  dinamiche profonde antilibidiche, o proporgli il problema, o, ancora,  aiutarlo ad  interpretare,  non è possibile almeno  per ora essere più precisi. Come ho tentato di spiegare nella prima parte del lavoro, vi sono situazioni in cui il tema può  essere problematicizzato precocemente, altre in cui emerge lentamente, e altre in cui non emergerebbe mai, portando  l’analisi avanti all’infinito, se non fossimo noi terapeuti ad accorgercene ed a proporlo. Come si può vedere, l’intera  concettualizzazione è ancora assai grezza ed embrionale, anche se, avendola sperimentata per diversi anni, posso dire  di aver osservato aspetti assai interessanti.

Il tema della legittimità dell’intervento attivo da parte dell’analista è complesso, e certamente, non possiamo aspettarci  che argomentazioni talmente delicate possano essere prese in considerazione con sempre eguale disponibilità e simpatia. Ci consoleremo tuttavia pensando che, almeno per quanto ci  consta, Freud era tutt’altro che impenetrabile e  passivo nel condurre le sue sedute, e ricordando come già nel 1913, nei “Nuovi Consigli”,  paragonava lo svolgimento  dell’analisi ad una partita a scacchi di cui si potevano postulare solo le prime mosse, confessando schiettamente il  timore che il neofita, pur applicando alla lettera i suoi suggerimenti, potesse egualmente “trovarsi ben presto nei guai” per cui avvertiva di doversi limitare a tracciare le linee di “un trattamento mediamente appropriato” [3] ;  ma non poteva  astenersi dal precisare anche che “la  straordinaria diversità delle costellazioni psichiche di cui siamo costretti a tener  conto, la plasticità di tutti i processi psichici e la quantità dei fattori che si rivelano di volta in volta determinanti, sono  tutti elementi che si oppongono ad una standardizzazione della tecnica”.

CONCLUSIONI       

Credo fermamente che lo studio approfondito delle situazioni transferali solitamente ritenute intrattabili in analisi sia  potenzialmente in grado di aprire nuovi straordinari orizzonti alla teoria ed alla tecnica. A mio parere, l’assunto dal  quale dobbiamo comunque partire in questi casi così problematici è che chi detta legge non è l’Io cooperante ma le sue  parti scisse, e che quindi, volenti o nolenti, siamo costretti a trovare un modo per venirvi a patti. Certamente per poter  sconfiggere forze potenti e primitive quali quelle che hanno promosso la negazione dell’Oggetto dobbiamo poter  contare su risorse fuori dal comune,  e  ciò –  aggiungerei  –  per ambedue i componenti la coppia analitica: pazienza, intelligenza, plasticità, desiderio incondizionato di conoscere e di comprendere; ma tutto questo non basta, a meno di  non affidarsi al caso e alle buone intenzioni. Più produttivo mi è apparso, invece, affrontare questi  temi così complessi  a partire dalle risorse disponibili, e segnatamente dallo studio delle dinamiche di personalità, il che dà ragione della  prima parte del presente contributo. Su tali assunti, nella seconda parte ho tentato di suggerire una direzione, un “dove  guardare” atto, forse, a favorire, se e dove possibile, un avvicinamento ed una mediazione con le parti  dell’Io  rigettanti  o forcludenti.

Concludendo, osserviamo che, se utilizzate passivamente e senza rispetto per il panta rei della conoscenza, alcune  concettualizzazioni “storiche” del pensare psicoanalitico possono “pervertirsi” e limitare severamente le indicazioni  all’uso dello strumento, rischiando anzi talvolta di contribuire nel ridurlo a feticcio. Temi fondanti, quali la resistenza al  trattamento o la stessa reazione terapeutica negativa, se chiamate in causa semplicemente perché il paziente non  reagisce come ci aspetteremmo, o come vorremmo che reagisse, indirettamente asseverano e ribadiscono che il  trattamento è di per sé perfetto e imperfettibile, la qual cosa con ogni evidenza è infalsificabile ed antiscientifica,  etichettando il soggetto come incurabile invece di porsi il problema di come curarlo. Non v’è dubbio che le modalità di  non – rapporto con l’Oggetto sopra descritte abbiano anche una potente valenza difensiva, ma limitarsi a rilevarne solo  questo aspetto preclude la possibilità di indagarne e penetrarne la  natura  attuale di  “status”,  negandone al contempo  la vera essenza, tragica, che invece rappresenta, almeno a mio parere e per la mia esperienza, la reale “domanda” profonda del nostro paziente, aldilà e prima delle sue perversioni e dei suoi comportamenti perversi.

—————————————

SUMMARY

SOME PRIMITIVE WAYS OF ANXIETY DEFLECTION BASED ON BOND-ATTACK AND RELATED  ANTI-LIBIDINAL PERVERSE PHENOMENA OF TRANSFERENCE.  THE “RE-SUBJECTIVANT” FUNCTION.

The first part of the paper aims to collect and comment on some of the main types of transference considered in principle analytically intractables, by some called “anti-libidinal” or outright “perverse”, as inconclusive and denegant  the  Object, and, with it, the figure of the analyst and his contributions,  with particular reference to the conclusion of the analysis.

The Author attempts to unite and connect a series of causal relationships and their possible developments in an interpretive but also somewhat predictive, although still quite embryonic,  perspective. Special attention is dedicated to the distinction between the phenomenological/ descriptive aspects and  what seems  to be the real deep storyline of the problem, even using some examples  most  appropriate for an attempt  at  typization.

In the second part the Author  try  to outline a therapeutic approach in order to focus the dialogue of the analytic couple on specific aspects of  de – subjectualization   and de – objectualization,  that seem  to be able to understanding these situations, and attempts to answer to the question: “It ‘s possible to speak with our patient of the aspects that make impossible his analysis?”

In this context, is proposed to conceptualize and isolate a specific function, namable “re- subjectualizing”  which includes the whole set of interventions that aim to highlight the meaning and the ways in which the split-off part of the patient’s Ego actively opposes  the proximity,  to as regards the capacity to accept the presence “mutative” of an object – the third with which to develop a not destroyed or destructive relationship,  and separation, as regards the ability to tolerate  the loss of the object – the third, finally conceived as another, and as a whole, having had access to the depressive position.

Keywords: Transference, anti-libidical, perversion, de-subjectualization, de-objectualization

 


(1)  Freud, S.: Per la storia del movimento psicoanalitico, OSF  vol. 7 pag. 390

[2]  Freud, S.: Analisi di un caso d’isteria,  OSF  Vol. 4  pag. 326.

[3]  Freud, S.:  Nuovi consigli, Inizio del trattamento, OSF vol. 7  p. 334

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

cancella il moduloInvia